(Gv 20, 19-29). Il giorno della resurrezione Gesù si manifesta ai suoi: la mattina presto si rivela a Maria Maddalena presso il sepolcro (cf Gv 20, 11-18), ma per incontrare i discepoli aspetta la sera. E l’evangelista Giovanni scegli di indicare questo momento con un termine che indica l’ora tarda. È come se il Risorto ritarda, si prende tempo, come aveva fatto prima di andare a “risvegliare” l’amico Lazzaro dalla morte (cf Gv 11, 6.11). È il tempo necessario a maturare l’attesa, meditando sul racconto della Maddalena, interrogando la memoria delle promesse di Gesù confrontate con lo sconvolgente annuncio di Maria: “Ho visto il Signore!” (Gv 20, 18). Come il discepolo amato crede al mistero vedendo solo le tracce del suo passaggio (cf Gv 20, 8), gli altri sono invitati a credere dalla memoria confermata dall’annuncio.
Quel giorno che sta trascolorando nella sera è il primo della settimana, si premura di ribadire Giovanni, mia sabbàton (Gv 20,19), il primo dopo il sabato, giorno memoriale dell’inizio della creazione in cui Dio creò la luce, “e fu sera e fu mattina: giorno primo” (Gn 1,5). L’inizio della storia è sempre una sera cui segue la mattina; nella sera degli apostoli, chiusi per le paure notturne, si rivela la luce aurorale del Risorto, che si era manifestato come sole sorgente alla Maddalena, la quale era invece uscita incontro all’alba, sfidando il buio della notte (cf Gv 20,1), con il coraggio della sposa innamorata, in cerca dell’amato, del Cantico dei Cantici (cf Ct 3, 1ss).
La parola con cui il Risorto si rivela è la parola dello shalom, “pace a voi” (Gv 20,19), saluto abituale in bocca agli ebrei che si incontrano, ma che in quella luce vespertina assume un significato nuovo: è l’annuncio della pace tra il cielo e la terra, dell’alleanza riconfermata e resa nuova ed eterna, della pienezza di vita e di bene che il Risorto dona ai suoi. Per questo lo ribadisce nel soffio con cui rivela il dono dello Spirito Santo per il perdono dei peccati, rendendo partecipi i discepoli del Soffio intradivino in cui il Padre ha generato il Figlio nel cuore dell’eternità perché fosse Verbo, Parola, che comunica le viscere paterne del Padre in quell’oceano di pace in cui la vita divina sempre sgorga e rifluisce nella divina comunione trinitaria. E l’alitare del Risorto si fa memoria del soffio creatore che fece di Adamo un essere vivente, in cui quel Figlio eterno, generato nella sostanza divina, si stampasse misteriosamente nel fango della terra, nella carne di un uomo, immagine di Dio, poiché il Figlio è l’icona del Padre (cf Col 1,15). Quella carne in cui lo stesso Soffio divino avrebbe poi tradotto la Parola ineffabile perché raccontasse (cf Gv 1,14.18) con carne di uomo l’amore e la vita del Padre e, per la sua morte e resurrezione, rendesse possibile ad ogni carne, offuscata dal peccato, ritrovare il respiro originario di vita nella remissione dei peccati.
Otto giorni dopo il Risorto rinnova l’appuntamento di grazia con i suoi. Questo giorno ottavo diventa segno dell’eternità, di quel giorno eterno oltre i sette del tempo della storia. Solo in quel giorno eterno è permesso toccare il Risorto. Quello che a Maddalena fu negato la mattina di Pasqua, perché il Signore non era ancora entrato pienamente nel giorno eterno (cf Gv 20,17), ora è concesso all’incredulo Tommaso, di toccare il Glorificato, e così è invitato ad essere “credente”. Il senso ebraico del credere è infatti appoggiarsi a qualcosa di solido, come la roccia, che ti dona saldezza e stabilità. Le piaghe gloriose del Risorto sono davvero le scalfiture della roccia a cui si può aggrappare Tommaso per diventare davvero pistòs, cioè “saldo”, “stabile”, credente. Tommaso infatti non scopre solo che Gesù è risorto, ma crede e proclama che egli è Signore e Dio. Anche per Tommaso la fede va al di là di ciò che vede. Egli infatti crede che Gesù è il Vivente e Datore di vita, secondo il senso pieno dell’ineffabile Nome divino che con santo timore si dice nell’ebraico Adonai, nel greco Kyrios, “Signore”. Potendo mettere le mani nelle piaghe vivificanti si riceve il dono della vita nuova, quella vita cui in ogni giorno ottavo i cristiani possono comunicare ricevendo l’Eucarestia, tangibile presenza del Risorto glorioso, Signore e Dio. E questo li rende beati perché possono toccare, e lasciarsi toccare, da Colui che non vedono ma che si fa tangibilmente presente.
don Marco Renda per Condividere
(iniziativa a cura dell’Ufficio catechistico diocesano)