Non c’è epoca che non veda il lavoro in trasformazione. La nostra non è da meno. Lo si vede dalle tecnologie sempre più pervasive e dagli algoritmi che possono dominare l’economia. I cambiamenti coinvolgono persone e famiglie: l’aumento del costo della vita e i salari reali che non si adeguano; la crescita numerica dei «lavoratori poveri», per cui il lavoro non assicura l’uscita dalla soglia di povertà; la fuga dei giovani dalle aree interne verso opportunità professionali più dignitose nel mondo; le dimissioni dal lavoro a causa dell’insoddisfazione; la denatalità che lascia scoperti nuovi lavori e mette a rischio molte aziende; il fenomeno dell’«abbandono silenzioso» (quiet quitting) per cui ci si limita alle mansioni contrattuali essenziali senza appassionarsi a nulla. Sotto la lente della trasformazione va letto un annoso problema in cui l’Italia annega da tempo ed è il «lavoro nero». I dati ISTAT del 2025, riferentesi al 2023, parlano di 217,5 miliardi di economia sommersa, pari al 10,2% del PIL. Sono 3,1 milioni di lavoratori irregolari, con un tasso di irregolarità che si attesta al 12,7%: si è invertita la tendenza di cinque anni di calo. Il sommerso cresce più veloce del PIL e vede tra i settori peggiori quelli dei servizi alla persona (40,5% di irregolarità), agricoltura (17,6%), ristorazione e turismo (15%) e costruzioni (12,8%). La regione con il tasso più elevato è la Calabria con il 19,1%. Tutto ciò denuncia un fenomeno strutturale, in espansione e molto dinamico perché cresce con una velocità doppia rispetto al lavoro regolare. Da ultimo, va ricordata la trasformazione che riguarda alcune aziende in crisi, che si riconvertono verso il settore bellico, più fiorente e rispondente alla logica della deterrenza. Così il lavoro è finalizzato alla distruzione, mentre dovrebbe promuovere il bene.
Le guerre mettono in ginocchio l’economia di beni per la vita, che riguarda oltre il 90% delle aziende, mentre fa convergere i profitti verso poche imprese che fanno ingenti profitti sulle spalle delle popolazioni civili. L’economia produce guerra anziché pace. Occorre vigilare. Non è uno scandalo che la società accetti queste assurdità? I vescovi italiani in occasione del 1° maggio hanno scritto un Messaggio in cui affermano che «tra l’azione collettiva per la pace e quella per la guerra c’è una differenza fondamentale: una guerra distrugge le vite umane, il benessere di interi Paesi, danneggia l’ambiente, invece l’economia nei tempi di pace contribuisce allo sviluppo dei popoli. Costruire case e ricostruire edifici distrutti non sono lo stesso gesto etico, anche se si somigliano». L’auspicio è che ci sia una conversione radicale, dal militare al civile. Nel lontano 1983 papa san Giovanni Paolo II incoraggiava i membri della Pontificia Accademia delle Scienze a disertare «i laboratori e le officine della morte per i laboratori della vita». Parole sante.
Don Bruno Bignami
Direttore Ufficio nazionale CEI per i problemi sociali e il lavoro