LA RIFLESSIONE. La visione del Festino San Vito, la festa con la pace celebri anche la vita e i giovani

Agosto 8, 2026

Quest’anno il Festino ambisce a superare quello del 2025 per partecipazione di artisti e figuranti, qualità creativa e densità di emozioni condivise: i nuovi quadri del corteo di giovedì 20, il nuovo spettacolo sulla Sicilia di sabato 22, le nuove luminarie lungo il percorso e le molte altre novità che consolidano l’intento, attestato dal sindaco, di un’edizione 2026 «migliore e più avanzata» del progetto inaugurato l’anno scorso. Io mi vorrei qui soffermare su un aspetto che io ritengo non solo di particolare interesse ma, anzi, l’elemento più importante e di maggior respiro dell’intera conferenza stampa dello scorso venerdì, tale da poterne travalicare il consueto perimetro istituzionale e consegnarla all’ambito di riflessione proprio degli storici: perché dietro al programma di una festa affiora di continuo il senso di una città che prova a ripensare sé stessa. Sto parlando della visione del Festino di San Vito quale è emersa attraverso le parole di coloro che si sono succeduti ai microfoni durante la conferenza stampa. Una visione nuova che è stata proposta, direi con coraggio, alla città l’anno scorso e che quest’anno, sulla scorta del grande successo di pubblico e di critica della scorsa edizione, si consolida e al contempo si precisa, ampliando ulteriormente l’orizzonte di un impegno che si palesa con chiarezza di grande respiro e di lungo periodo e che a ben vedere si dispiega in un disegno di più visioni distinte e interrelate.

Il Festino di San Vito, attestato in forma spettacolare dal 1614, è un evento polisema e complesso, con tratti di unicità che lo rendono distinguibile e peculiare a livello internazionale. Non dimentichiamo che il culto di Vito, il più giovane dei 14 Santi Ausiliatori il cui seguito si sviluppa in area germanica a partire dal XIV secolo (celebre la meravigliosa basilica di Vierzehnheiligen di Neumann in Baviera), è attestato in circa 1400 chiese e territori in Europa e che solo in Italia oltre settanta comuni di 15 regioni lo hanno scelto come patrono. Ma Vito, secondo la tradizione, è nato a Mazara del Vallo e, quindi, gli abitanti di questa cittadina del trapanese affacciata sul mare d’Africa possono legittimamente considerarsi, come rammentato dall’assessore Germana Abbagnato, suoi concittadini. Tra Vito e i mazaresi si è stabilito nei secoli un rapporto fortemente identitario che ogni Festino certo contribuisce a rinnovare ma che negli ultimi anni sembrava aver visto scemare progressivamente partecipazione e capacità attrattiva.

Si deve per onestà riconoscere a questa Amministrazione la capacità di visione espressa attraverso la volontà di rilanciare il Festino come grande occasione identitaria e culturale, in grado di catalizzare le migliori intelligenze e professionalità del territorio. La tradizione di fede legata al culto del giovane santo si è così avvalsa del contributo delle associazioni, degli enti e, soprattutto, di tanti cittadini di ogni età ed estrazione che hanno lavorato insieme, a partire almeno dall’inverno 2024, sotto la guida attenta ed esigente della regista e coreografa Carla Favata, fortemente voluta dall’Amministrazione comunale, per ritrovarsi uniti e pronti ad esprimere nella settimana del Festino 2025, dedicato al tema del pellegrinaggio, quanto appreso e preparato nei mesi precedenti. Il Festino dell’anno scorso è stato innanzitutto, una grande festa, di fede e d’arte, che ha sorpreso, emozionato e convinto le migliaia di spettatori e turisti intervenuti, mai così numerosi da molti anni.

Parlavo di visione: in questo caso, di un’identità, radicata sì nella storia e nella fede, ma in grado di unire al di là di questa: importante è stata e sarà anche quest’anno la partecipazione al Festino della comunità islamica di una città che è nota per la sua a volte faticosa, ma comunque esemplare, tradizione di convivenza, capace di unire bambini, ragazzi, anziani, persone mature e anche non credenti in una grande esperienza di condivisione. Ma l’identità dei luoghi e delle comunità evolve, va curata perché non si perda nell’incuria e nell’inconsapevolezza, e va costruita ogni giorno con lungimiranza. Mazara del Vallo, legata da sempre alla pesca e nota nel mondo anche per il suo pregiato gambero rosso, ha nel tempo elaborato un legame tradizionale e molto sentito col santo che per mare fuggì bambino, tanto che uno degli eventi centrali del Festino, con il suo corteo di pescherecci e barche da diporto, è la corona di fiori benedetta dal Vescovo e gettata in mare per tutte le vittime e i dispersi nelle acque; vittime e dispersi che sempre più hanno pelli scure e storie difficili di fuga dalle guerre, di ricerca di dignità e felicità naufragate in vista della nostra costa. Siamo tutti fratelli e sorelle nel grande sudario del mare, e spesso assai giovani: bambine, bambini, ragazze e ragazzi morti inseguendo il sogno di una vita migliore. Vito era uno di loro, Vito è qui anche per loro.

Ed ecco un’altra visione del Festino: se non possiamo accettare nessuna morte, men che meno queste, allora la festa deve celebrare, con la pace, che è il tema conduttore di quest’anno, anche la vita e i giovani, e il difficile compito dell’educare. Ben lo ha detto il vescovo monsignor Angelo Giurdanella in conferenza stampa, riprendendo il sindaco: non è solo il fatto che studenti e docenti delle scuole di Mazara sfilino e danzino fianco a fianco nei quadri viventi del Festino, perché il Festino è anche disciplina, studio, lavoro intenso per il piacere e l’orgoglio di esserci e di far bene la propria parte in un progetto corale, che è poi il concetto chiave della “cittadinanza attiva” di cui tanto si parla oggi. Nel Festino si fa, nel Festino si è: paludati nelle vesti dei personaggi che si interpretano, si è, infine, davvero sé stessi e si scopre, a volte sorprendendosi, la sottile felicità del ritrovarsi. È un altro aspetto del percorso identitario del Festino, che “forma” anche in senso gestaltico la comunità che lo esprime, perché, disponendone i membri in una configurazione simbolica dotata di senso, al contempo le conferisce una struttura riconoscibile sia all’interno sia all’esterno.

In questo senso, mi sia consentito dire, la nuova visione del Festino ha individuato già l’anno scorso nel turismo la vera vocazione della città e la sua principale possibilità di riscatto economico e sociale dal declino ormai conclamato di quella che era un tempo la più importante flotta peschereccia italiana. Perché ciò avvenga, tuttavia, sono necessari un più pervasivo e generalizzato cambio di mentalità e uno scatto, soprattutto, culturale. La cura del decoro urbano, la qualità dei servizi e dell’accoglienza, l’offerta culturale oltre che enogastronomica, la vivibilità e la sicurezza degli spazi pubblici e, soprattutto, la capacità di invogliare a ritornare chi visita Mazara per la prima volta, sono tutti elementi non banali che è necessario perseguire con pervicacia e fermezza se si vuole che Mazara del Vallo vinca la scommessa della modernità e le sfide di questo primo scorcio del terzo millennio. Quella stessa comunità, che nel Festino impara a riconoscersi e a onorare il proprio ruolo, è infatti il primo nucleo di una città capace di sostenere la sua scommessa più grande: fare dell’armonia tra ciò che la festa ha di più alto e l’avvenire concreto di Mazara un’esperienza viva e quotidiana.

Il Festino di San Vito, in questa visione di lungo periodo, è una tessera centrale del puzzle: e strategico è l’inserimento al suo interno, quest’anno, di un secondo spettacolo sulla storia della Sicilia e di Mazara, detta ancora oggi del Vallo senza che i più ne conoscano il perché. Fino alla riforma del 1812, la Sicilia era divisa amministrativamente in tre grandi macroaree dette Valli: la Val di Mazara, la più estesa e diversificata, nei territori di Trapani, Palermo, Agrigento e parte di Caltanissetta; la Val Demone a nord est, dal Tirreno all’Etna; e la Val di Noto a sud est, nei territori a meridione dell’Etna. La prima Valle prese il nome di Mazara perché la città, in epoca araba, era sede del dīwān, l’ufficio dell’amministrazione finanziaria e dei benefici militari della Sicilia occidentale, e per importanza era seconda, nell’isola, solo a Palermo. L’apogeo della città va dalla dominazione araba alla convocazione della Curia Regis, primo (proto)parlamento normanno della storia, nel 1097, sotto il Gran Conte Ruggero I. Con gli svevi inizia la decadenza di Mazara, che consolida nel tempo la sua dimensione sempre più periferica e locale. Ed è qui che prende forma l’altra grande visione del Festino, richiamata da don Giuseppe Alcamo: farne un’occasione di incontro e identità per contribuire a rilanciare la città nell’isola e nel mondo attraverso l’antico Vallo. A tal fine, è necessario recuperare innanzitutto la consapevolezza e la dignità della propria storia: conoscerla, amarla, accudirla, per identificare, a partire da questa, le grandi possibilità di sviluppo di Mazara del Vallo, possibilità largamente ancora non espresse. 

Mazara può essere più di una ridente località turistica come tante: può legittimamente ambire a divenire hub mediterraneo della Blue Economy, guidando la transizione verso una pesca sostenibile e valorizzando il marchio “Gambero Rosso”; può potenziare le strutture portuali per accogliere il grande turismo diportistico; può soprattutto divenire la capitale mediterranea del dialogo e del turismo culturale, potenziando infrastrutture, reti e connettività con una leadership politica e identitaria nel senso più alto del termine. In questo grande disegno, possibile e necessario, il Festino non è una mera operazione cosmetica di intrattenimento popolare e di tradizione religiosa locale: è parte integrante della visione e un suo volano strategico. Per questo colpisce, e amareggia, che tra gli sponsor che hanno reso economicamente possibile il Festino 2026 non figuri alcuna azienda o realtà imprenditoriale di Mazara del Vallo: il segno di una miopia che ancora non sa riconoscere nel Festino un investimento per la città. Il rilancio di Mazara è una sfida che si gioca su un percorso lungo e complesso. Non sarà facile. Ma se la tradizione che lega San Vito ai pescatori e al mare è prettamente locale, il patronato che da secoli gli si attribuisce internazionalmente è quello della danza: Vito è in tutto il mondo protettore di danzatori, ballerini, attori e demiurghi e non a caso il rilancio del suo Festino è stato affidato a una figura come Carla Favata, ballerina, regista, coreografa e public historian nota e riconosciuta a livello internazionale. La danza e l’armonia non sono l’imbellettamento ma il senso profondo del messaggio di pace che la tradizione di fede del Festino porta con sé e consegna a ogni generazione. Come recita l’antico adagio, ormai siamo in ballo, e dobbiamo ballare. «Tutto si troverà, cercandosi… Ciò che ci manca, indica la via», scriveva G. Cesarano oltre mezzo secolo fa. Ma se la via è tracciata da donne e uomini visionari e a un tempo molto concreti, la visione, anzi le visioni del Festino di San Vito, ci interrogano e spronano ad essere migliori. Perché i mazaresi sono i concittadini del Santo, ma il futuro della città è oggi più che mai nelle loro mani.

Mauro Andrea Di Salvo

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