La più grande innovazione tecnologica degli ultimi 15-20 anni è certamente l’intelligenza artificiale, definita dall’enciclopedia Treccani come la disciplina che studia se e in che modo si possano riprodurre i processi mentali più complessi mediante l’uso di un computer. Come in ogni grande processo evolutivo dell’uomo, essa rappresenta una delle principali sfide educative del nostro tempo. Si moltiplicano i dibattiti etici e i tentativi di regolamentazione, e lo stesso Leone XIV, nell’enciclica Magnifica humanitas, ha messo l’intelligenza artificiale al centro delle questioni sociali del nostro tempo, riconoscendone i pregi — il prezioso aiuto nel velocizzare l’elaborazione di dati, confronti, riscontri — ma ammonendo sui rischi di una tecnologia pensata per “crescere” in modo autonomo. I principali protagonisti di questo cambiamento sono certamente i giovani, nati nell’era digitale, curiosi delle innovazioni, capaci di scoprire applicazioni anche molto lontane da quanto immaginavano i creatori dell’AI. È qui che si gioca la più importante sfida educativa della nostra Chiesa: accompagnare i giovani nella costruzione di una tutela etica e di un uso consapevole di questi strumenti.
Il primo passo è capire cosa sia l’intelligenza artificiale, perché il rischio concreto è che diventi un confidente, un confessore, uno psicologo, un amico. In una generazione che ha visto amplificarsi paure, ansie, aspettative, pregiudizi, è centrale riscoprire la bellezza dell’incontro fraterno, libero da quella stessa paura: luoghi franchi e porti sicuri. Tutto questo è possibile solo se, da educatori, impariamo a conoscere lo strumento senza giudizi affrettati. L’intelligenza artificiale è un ingranaggio del sistema in cui viviamo, e va valorizzata per le applicazioni che ne esaltano i pregi. Ogni innovazione porta con sé la tentazione di demonizzare il nuovo: la storia insegna che l’equilibrio, senza paura né euforia, è la chiave per non subirlo passivamente. Pertanto, l’impegno della Pastorale Giovanile è formare, creare occasioni di crescita, fornire a educatori e giovani gli strumenti per comprendere il mondo che viviamo, costruendo rapporti e rete tra persone, gruppi, parrocchie e città — come ci ricorda un elemento del logo della nostra diocesi. Già Benedetto XVI, nella Caritas in veritate, osservava che la tecnica attrae l’uomo perché lo libera da limiti e fatiche, ma che la libertà umana resta autenticamente se stessa solo quando risponde al fascino della tecnica con decisioni di responsabilità morale. Il Papa ammoniva: quando l’unico criterio diventa l’efficienza, lo sviluppo vero viene negato, perché la chiave non è il fare in sé, ma un’intelligenza capace di pensare la tecnica, restando sempre padroni dello strumento e non suoi schiavi. Un monito che oggi, davanti all’intelligenza artificiale, suona quanto mai attuale. Su questa stessa linea si pone Magnifica humanitas: la tecnologia non è forza ostile né male in sé, ma neppure realtà neutra, perché «assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola, la usa». La vera alternativa non è tra entusiasmo e paura, ma tra due modi di costruire il progresso: a servizio della persona o delle logiche di potere.
Qui tocchiamo il nodo più delicato per i giovani. Viviamo in una società che misura il valore della persona sulla produttività e sulla performance: vali se rendi, se sei efficiente, se sei all’altezza. L’intelligenza artificiale, la macchina più performante mai creata, diventa così uno specchio impietoso, e i giovani sono chiamati a reggere un confronto impossibile e sleale, perché il criterio di valutazione usato — la sola efficienza — non è quello giusto per misurare una persona. C’è poi un secondo rischio, ancora più insidioso: che l’algoritmo non sia più solo un metro di paragone, ma arrivi a pensare al posto loro, sostituendo silenziosamente il giudizio critico con una risposta già pronta, sempre disponibile, mai faticosa. Ma è qui che Magnifica humanitas offre la vera risposta: la dignità della persona «non si acquisisce e non si merita, né ha bisogno di essere dimostrata». Non siamo ciò che produciamo, ma ciò che siamo: creature amate, capaci di relazione, prima di ogni risultato. Se la macchina supera l’uomo in efficienza, è proprio lì che si rivela la “magnifica umanità”: non nella performance, ma nella capacità di amare, scegliere, sbagliare, perdonare — ciò che nessun algoritmo potrà mai fare. L’intelligenza artificiale può aiutare i giovani a pensare meglio; non deve mai pensare al posto loro. Non serve avere paura dell’intelligenza artificiale, ma conoscenza e coscienza nel suo utilizzo. Per questo, come Pastorale giovanile, auspichiamo che si avviino percorsi nei gruppi giovanili sull’uso critico dell’AI, con educatori formati a riconoscerne potenzialità e limiti; momenti di confronto inter-generazionale tra giovani e adulti, perché l’esperienza umana resti la bussola che orienta lo strumento. La sfida non è scegliere tra uomo e macchina, ma restare profondamente umani mentre la tecnica cambia il mondo intorno a noi.
Samuele Arsena e Michele Colicchia
Condirettori Servizio diocesano Pastorale giovanile