I diaconi permanenti della Diocesi di Mazara del Vallo, dal 26 al 28 giugno, hanno vissuto un incontro formativo a Gibilmanna (Palermo) insieme a don Giuseppe Alcamo, delegato per la formazione dei diaconi permanenti e a don Calogero Cerami. Qui il racconto di Tony Tirenna in cammino verso il diaconato permanente.
1. Il calore della tavola e l’inizio della condivisione
La serata di venerdì 26 luglio è iniziata nel modo più semplice e generativo possibile: attorno a una tavola condivisa, facendo riecheggiare la lettura che avevamo fatto dell’Amoris laetitia. Dopo aver cenato insieme, portando nel sapore del cibo anche le fatiche e le gioie delle nostre giornate, ci siamo riuniti in sala. L’atmosfera era intrisa di quella familiarità tipica di chi cammina nella stessa direzione. Non eravamo lì per una lezione accademica o per un’esegesi astratta, ma per mettere in comune la vita che pulsa tra le mura delle nostre case. Aprire l’Amoris laetitia ha significato far incontrare la Parola di Dio con la carne viva delle nostre storie familiari e ministeriali.
2. Il cammino attraverso i singoli capitoli: la teologia che si fa carne
Capitolo II – Realtà e sfide delle famiglie: Saverio e Saro ci hanno aiutati a guardare in faccia le complessità del mondo attuale: l’individualismo esasperato, lo stress della vita moderna, la “cultura del provvisorio” dove tutto sembra usa e getta. Eppure, l’invito del Papa è quello di non scoraggiarsi, ma di presentare la bellezza del matrimonio come un cammino di felicità voluto da Dio, mostrando la vicinanza compassionevole di Gesù verso le fragilità.
Capitolo III – Lo sguardo rivolto a Gesù: Mimmo ha messo in luce l’insegnamento della Chiesa sulla vocazione matrimoniale. Durante il dialogo in sala è emerso un focus splendido: l’atto sessuale tra gli sposi è stato rivalutato nella sua pienezza, concependo il corpo in maniera totalmente positiva, come dono teologale, via di santificazione e riflesso dell’amore che unisce Cristo alla Chiesa.
Capitolo IV – L’amore nel matrimonio: Francesco e Sabrina ci hanno introdotto nella rilettura dell’Inno alla carità di San Paolo. Proprio qui, la serata ha toccato un momento di profonda umanità quando don Pino ha rivolto una domanda bellissima, di quelle che scavano dentro, al diacono e alla moglie che avevano preparato il testo: «Papa Francesco stravolge l’inno alla carità di San Paolo e lo rilegge in maniera attuale… ma voi, concretamente, come lo state vivendo?». Una provocazione che ha tolto ogni maschera, richiamandoci al dovere di incarnare la pazienza e il perdono tra i piatti da lavare e le incomprensioni quotidiane.
Capitolo VI – Alcune prospettive pastorali: Presentato da Erina e Pino questo capitolo ci ha chiamati in causa direttamente come ministri ordinati. Si è parlato dell’importanza fondamentale di guidare i fidanzati nel cammino di preparazione al matrimonio, un percorso che non può ridursi a poche nozioni astratte ma deve essere una vera iniziazione al sacramento. È emersa la necessità di accompagnare con delicatezza i primi anni di vita matrimoniale delle giovani coppie, che sono i più delicati. Soprattutto, il testo ci ha ricordato il dovere di prenderci cura delle famiglie che attraversano crisi o che vivono l’esperienza dolorosa della separazione, offrendo loro non giudizio, ma vicinanza e speranza.
Capitolo VIII – Accompagnare, discernere e integrare la fragilità: Questo capitolo è stato commentato da Alessandro ed Anna. È stato un momento carico di commozione: per loro è stato un testo molto difficile da affrontare, perché non hanno figli. Non si sono tirati indietro e hanno offerto un contributo straordinario, dimostrando che la fecondità di una coppia si esprime in molti modi e che la loro testimonianza d’amore è un dono immenso per tutta la nostra comunità.
Capitolo IX – Una mistica del quotidiano: Questo capitolo è stato commentato da Tony, che lo ha fatto prendere vita attraverso una testimonianza viva e vibrante. Oltre alla “santità dei pannolini cambiati nella notte”, è stata condivisa la storia di Marko, un bimbo accolto in affido. Questo Natale, dopo essere stato lavato per bene, Marko ha fatto una carezza sul volto del papà affidatario: in quel gesto così intimo e pulito, si è sentita chiaramente la mano di Dio. La stessa identica grazia ha toccato la moglie il giorno successivo: mentre era intenta a fare le pulizie di casa, si è sentita improvvisamente osservata, non da uno sguardo umano e giudicante, ma dallo sguardo profondamente d’amore di Dio. Questa è la vera mistica delle mura domestiche. In conclusione, si è cercato di fare una lettura incarnata del documento di Papa Francesco e di coglierne tutta la dimensione profetica per essere ed educare all’amore fedele di Dio.
3. Identità e teologia del Diaconato permanente: stare sotto per amplificare
L’ultima parte della serata si è concentrata sulla nostra specifica vocazione, aprendo un dibattito pastorale schietto e necessario. Ci siamo detti con chiarezza che esiste un rischio costante: quello che il diacono venga percepito – o si percepisca – come un “sostituto del presbitero”. Questo non deve mai succedere. Il diaconato permanente non è un ripiego o un ministero incompiuto, ma una vocazione completa in sé, unica e originaria. Il nostro servizio è racchiuso nel concetto stesso di minus stare: stare sotto, occupare l’ultimo posto per sorreggere gli altri. Don Calogero Cerami ci ha regalato un’immagine folgorante: «Noi siamo il microfono». Il microfono non possiede una voce propria, non deve fare rumore da solo; il suo unico scopo è quello di amplificare la Parola del Signore affinché arrivi a tutti, specialmente a chi è lontano o si trova sulla soglia. Questo stile trova la sua radice nell’icona della lavanda dei piedi: lì Gesù si abbassa, si incarna nella nostra natura umana e scende nel punto più basso e sporco, i piedi, per servire. Infine, ci è stato consegnato un esempio concreto e toccante di come incarnare questo ministero: il sacramento della consolazione nel momento del lutto. Vivere questo servizio non significa fare prediche moralistiche o riempire il vuoto con parole di circostanza. Significa esserci. Significa prestare l’orecchio e il cuore all’ascolto del dolore altrui, senza fretta. Ricordiamocelo sempre: non esercitiamo mai il ministero diaconale a titolo personale o per conto nostro. Lo facciamo a nome della Chiesa. È la Chiesa che ci custodisce, ci legittima e, soprattutto, ci manda in quel preciso contesto di vita e di sofferenza per essere carezza di Dio.
4. La formazione diaconale e lo sguardo sulla Chiesa Universale
La nostra riflessione si è poi allargata a partire dalla presentazione di alcuni testi fondamentali, veri e propri pilastri per la comprensione del ministero. Abbiamo anzitutto guardato al volume della Queriniana “Servire l’umanità, servire la Chiesa”, una proposta teologica e pastorale sul diaconato nata a Salerno, che raccoglie contributi diversi fino a delineare quasi una “somma teologica” sul ministero diaconale a partire dalla Bibbia, dai Padri e dal Magistero. Tra questi contributi spicca quello della teologa Serena Noceti che si occupa di promuovere il diaconato non solo in Italia ma anche in America Latina (curando, ad esempio, corsi online per la facoltà teologica in Messico e Argentina). Questo sguardo ci ha permesso di allargare gli orizzonti: lei conosce molto bene la storia del diaconato femminile, ampiamente documentata negli argomenti storici precedenti, e proprio a Palermo ha tenuto una relazione su questo tema qualche anno fa. Accanto a questo, abbiamo sfogliato i testi di Enzo Petrolino sulla ministerialità della liturgia e sulla famiglia, e la rivista “Il Diaconato in Italia” (l’unica rivista scientifica e pastorale specifica sul tema nel nostro Paese). In particolare, nei numeri 194-195 del 2015, sono raccolti gli atti del convegno “La famiglia del diacono, scuola di umanità”, una fonte preziosissima a cui attingere per la teologia del diaconato. Questo ci ha offerto lo spunto per riflettere su due modelli formativi concreti e sulle loro fatiche: a. Il Direttorio della Congregazione per l’Educazione Cattolica (1998): scritto insieme alla Congregazione per il Clero (oggi Dicasteri), evidenzia come la formazione teologica iniziale sia un requisito imprescindibile, anche se oggi molte cose sono cambiate nella prassi. b. L’esperienza della Diocesi di Patti (Sicilia): Una realtà un tempo ricca di clero ma che per anni non ha avuto diaconi permanenti. Il cammino è iniziato circa sette anni fa con tre giorni di riflessione e formazione rivolta innanzitutto al presbiterio. Il Vescovo ha poi avviato la formazione dei candidati creando un’équipe dedicata e redigendo un Direttorio diocesano. Dei 10 candidati iniziali, dopo una necessaria e provvidenziale scrematura e discernimento, oggi sono rimasti in 5, pronti a ricevere il lettorato e l’accolitato verso l’ordinazione. Non potendo appoggiarsi in presenza a una Facoltà Teologica o a un Istituto di Scienze Religiose, la diocesi ha strutturato una formazione autonoma, mista (in presenza e online) con docenti universitari.
Questo ci ha interrogati su un problema serio: la formazione teologica dei candidati, che difetta un po’ ovunque. Chi lavora e ha famiglia fa fatica a frequentare i corsi rigidi degli istituti tradizionali. Ieri sera è emerso con chiarezza che spesso ci troviamo di fronte a due estremi: o abbiamo candidati mossi da un’autentica “invenzione” (slancio e intuizione) dello Spirito, ma privi di basi solide, oppure abbiamo persone che, pur avendo studiato, vivono forti dubbi nel proprio contesto lavorativo e finiscono per esercitare un ministero “di parvenza”. Per questo, la formazione non può essere una semplice “autorizzazione” burocratica o un’assistenza previdenziale per il futuro della Chiesa, ma deve essere un cammino integrato.
5. La proposta teologico-pastorale: il “Codice Familiare” di Efesini 5
Entrando nel cuore della proposta formativa della mattinata, guidati dall’esperienza di don Calogero (che ha ammesso di aver maturato la propria visione e di aver appreso tantissimo nel tempo, specialmente dal confronto con le mogli dei diaconi), abbiamo affrontato la fatica del diaconato a livello globale. Persino in Africa, dove le vocazioni presbiterali abbondano (con seminari di 180 ragazzi), i Vescovi spesso non comprendono l’utilità del diaconato permanente, considerandolo superfluo a fronte di tantissimi catechisti e catechiste che già evangelizzano di villaggio in villaggio. Allargare gli orizzonti ci serve proprio a questo: a capire la specificità teologica della nostra vocazione, che non è un ripiego per la scarsità di preti. Per farlo, siamo partiti dalla Scrittura — che plasma e trasfigura la vita cristiana — mettendoci in diretta continuità con la nostra risonanza di Amoris Laetitia. Abbiamo approfondito il celebre e spesso frainteso “Codice familiare” della Lettera agli Efesini (5, 21-33). Questo testo subisce oggi forti critiche e pregiudizi perché parla di “sottomissione” delle mogli ai mariti. Molti predicatori lo liquidano semplicemente come un retaggio culturale del tempo di Paolo. Ma per noi è Parola di Dio, e abbiamo il dovere di scavarlo in profondità per trovarne il senso attuale. La chiave di volta sta nel versetto 32: «Questo mistero è grande: lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa». Siamo di fronte al mistero nuziale. Paolo stravolge la sociologia del suo tempo attraverso l’uso per ben sette volte dell’avverbio “come” (le mogli come al Signore, il marito come Cristo, amate come Cristo ha amato…). Paolo non sta avallando il patriarcato; al contrario, sta correggendo l’autorità dei mariti. Nella cultura antica la donna era equiparata a una serva domestica. Paolo introduce una novità sconvolgente per l’epoca: chiede ai mariti di amare le mogli gratuitamente, senza pretese, con un amore incondizionato, sacrificato e misericordioso, lo stesso amore con cui Cristo si è spogliato di sé (l’inno cristologico di Filippesi 2) e si è umiliato fino alla croce. Gli sposi sono etimologicamente “coniugi”, cioè persone che stanno sotto lo stesso giogo (il giogo dolce di Cristo), tirando il carro insieme come due buoi. San Giovanni Crisostomo (IV secolo) commentava magnificamente questo passo dicendo al marito: «Se vuoi che tua moglie ti sia unita, fallo non con le minacce, la violenza o incutendo timore — con il timore si lega un domestico, non la consorte della propria vita e la madre dei tuoi figli — ma legala a te con l’amore e la sollecitudine, come Cristo ha fatto con la Chiesa che gli voltava le spalle». Questo testo assume un valore profetico e dirompente oggi, di fronte alle drammatiche violenze fisiche e psichiche che molte donne subiscono ancora tragicamente tra le mura domestiche.
6. L’Incarnazione contro lo Gnosticismo e gli spiritualismi divisivi
La riflessione su Efesini 5 ci ha riportati al tema della carne. La concretezza del cristianesimo — come insegnava Romano Guardini — deriva da con-crescere, cioè mira alla crescita integrale della persona nella sua totalità. Non possiamo scindere il corpo dallo spirito. Papa Francesco denuncia spesso due grandi eresie attuali: lo gnosticismo e il pelagianesimo. Proveniamo da una cultura clericale che spesso ha promosso uno “spiritualismo divisivo”. Don Calogero Cerami ci ricordava, come esempio limite, alcune suore incontrate a Roma che per un distorto senso di ascesi non guardavano gli uomini negli occhi per evitare le tentazioni. Questo non è cristianesimo, è gnosticismo purificato. Gesù, con la sua Incarnazione, non è venuto a dividere ma a unificare, rendendo santa ogni cosa creata. Il nostro è un Gesù pienamente umano che provava sete, fame, stanchezza, che piangeva per la morte di un amico e soffriva per il tradimento. E l’annuncio cristiano più sconvolgente, che ci differenzia da tutte le religioni del Mediterraneo antico (le quali cercavano solo l’immortalità dell’anima), è la risurrezione della carne. Credere fermamente nella risurrezione della carne significa operare un capovolgimento totale nella pastorale familiare e della salute. Significa guardare alla corporeità e alla sessualità coniugale in senso interamente positivo, come via di santificazione e non come concessione al peccato.
7. Ordine e matrimonio: Sacramenti del servizio e della Comunione
Infine, abbiamo analizzato il legame profondo tra i due sacramenti che il Catechismo della Chiesa Cattolica (al n. 1534) unisce sotto un unico titolo: “I Sacramenti del servizio della comunione (l’Ordine e il matrimonio)”. Entrambi non sono finalizzati privatisticamente alla salvezza propria, ma a quella altrui, edificando il popolo di Dio. Se il Battesimo consacra tutti i fedeli, l’Ordine e il Matrimonio conferiscono una missione specifica. La sfida del diaconato permanente vissuto da uomini sposati risiede proprio qui: come si uniscono questi due sacramenti? Non per assorbimento o per pura sovrapposizione pratica (la classica lamentela pragmatica: «sono sposato, non ho tempo per la parrocchia»), ma per una profonda affinità teologica. Da questo derivano due provocazioni fondamentali: a. La diaconìa originaria del matrimonio: In virtù del sacramento del matrimonio, i coniugi cristiani si trovano già in uno stato di servizio e di diaconìa alla Chiesa, prima ancora che il marito riceva l’Ordine sacro. Il matrimonio non è un fatto privato (come purtroppo è diventato nella nostra prassi pastorale, ridotto a una festa con banchetto e regali, isolato dalla comunità). Sposarsi in chiesa non significa “sistemarsi”, ma assumere pubblicamente davanti a Dio una vocazione al servizio della comunione ecclesiale. Questa consapevolezza ministeriale è così forte che si ritrova persino nella formula liturgica dell’ammissione dei candidati al diaconato: «Alcuni di voi, mediante il sacramento del matrimonio, vivono già il ministero di coniugi nella famiglia e nella Chiesa». b. Il superamento dei “corsi prematrimoniali” commerciali: don Calogero evidenzia come nei classici itinerari di preparazione si inviti una sfilza di esperti (il medico, lo psicologo, ecc.), ma quasi mai si spieghi ai fidanzati la portata sacramentale ed ecclesiale della loro scelta. Oggi Amoris Laetitia ci chiede di passare a un vero “itinerario catecumenale”. Il matrimonio cristiano è una scelta radicale, esigente e totalizzante esattamente quanto la vita religiosa. È l’esperienza del Dio dei profeti (come in Osea): un Dio che va a cercare la sposa anche quando lo tradisce, restando fedele all’alleanza malgrado tutto. Una fedeltà che va promessa e vissuta nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, ma che richiede un cammino serio di fede, non un semplice formalismo sociale. Solo in questa continuità teologica tra la diaconìa del matrimonio e la diaconìa dell’Ordine il diacono sposato può comprendere e vivere pienamente il proprio ministero senza spaccature interiori.
8. Il Direttorio e le fonti: l’amore che si fa servizio
Il dibattito in sala è proseguito affrontando un testo normativo di riferimento: il Direttorio per il ministero e la vita dei diaconi permanenti (1998), in particolare il numero 61. Il testo evidenzia come il sacramento del matrimonio santifichi l’amore dei coniugi, costituendolo a segno efficace dell’amore con cui Cristo si dona alla Chiesa (Efesini 5,25). Tuttavia, il Direttorio inserisce un sano realismo: la vita coniugale, familiare e il lavoro professionale riducono inevitabilmente il tempo da dedicare al ministero. Si richiede quindi un impegno particolare per raggiungere una necessaria unità di vita, integrando armonicamente la spiritualità familiare con quella diaconale, a partire dalla preghiera in comune. Nel matrimonio, l’amore si fa donazione interpersonale, fedeltà, sorgente di vita e sostegno nei momenti di gioia e di dolore; in una parola, l’amore si fa servizio vissuto nella fede. Questo servizio familiare diventa stimolo per la diaconìa nella Chiesa ed esempio per gli altri fedeli.
Durante la discussione è emerso che l’esperienza familiare non è un ostacolo, ma una riserva di esperienza spirituale che ridonda sul ministero ordinato. Don Calogero ha condiviso un frammento di vita vissuta: l’incontro in parrocchia con una coppia reale, non una “famiglia da Mulino Bianco”, ma due persone profondamente diverse, che litigavano, ma che si amavano e salvaguardavano la preghiera in casa. Sul loro tavolo, accanto ai piatti, c’era sempre la Bibbia, e prima di pranzare o cenare leggevano insieme un salmo. Persino i figli piccoli, la sera, chiedevano spontaneamente ai genitori di pregare la Liturgia delle Ore. Questa cura della preghiera domestica è fondamentale: la casa è il primo luogo teologico, prima ancora della chiesa.
9. Il diacono come “suscitatore di diaconìa”
Una delle definizioni più forti emerse nella mattinata descrive il diacono non come un esecutore solitario, ma come suscitatore di diaconìa e di ministerialità. Esiste il rischio che il diacono, specchiandosi nel modello clericale del “prete factotum”, assuma e accentri tutta la ministerialità in se stesso. Se lo fa, annulla il suo ministero. Il diacono deve invece avere uno sguardo a 360 gradi per intravedere i bisogni attuali della comunità e far nascere attorno a sé nuovi ministeri, esattamente come fecero gli Apostoli negli Atti degli Apostoli (At 6), quando, davanti al bisogno concreto delle vedove e delle mense, scelsero i sette uomini per il servizio. Oggi i bisogni non sono quelli di cinquant’anni fa. Il Sinodo universale e quello italiano ci chiedono di pensare a ministeri nuovi, che vadano oltre le figure tradizionali del lettore, dell’accolito o del catechista. Un esempio forte è emerso guardando alla nostra società, fortemente anziana e segnata dallo spopolamento dei territori. Spesso la risposta pastorale o sociale si limita alle case di riposo, che in molti casi si presentano come luoghi orribili, asettici, anonimi, privi di ricordi o persino di un crocifisso alle pareti; vere e proprie “anticamere del loculo”. L’anziano desidera stare nella sua casa, circondato dalle sue foto e dal suo passato. Una comunità diaconale diocesana dovrebbe interrogarsi e attivare una vera diaconìa per la terza età, inventando soluzioni nuove per custodire la dignità di chi invecchia.
10. Oltre i confini parrocchiali: abitare il territorio e le periferie
La diaconìa non può essere confinata entro le mura della parrocchia o legata alla pura gestione interna dei sacramenti e della liturgia. Se si riduce a questo, il diacono diventa solo un sostituto del parroco, generando mormorazioni e lamentele (come quelle di chi si lamenta perché il parroco non gli fa fare l’omelia o il battesimo). In sala è stata ribadita una regola liturgica e teologica chiara: l’omelia compete ordinariamente a chi presiede la celebrazione. Il diacono non deve rincorrere compiti presbiterali, ma deve spendersi per ciò che gli è proprio: essere la “longa manus” della carità del Vescovo, l’antenna che intercetta le povertà del territorio. Dobbiamo passare dal concetto di parrocchia territoriale a quello di diaconìe nei “non-luoghi” (gli ospedali, le case famiglia, le Rsa, le periferie esistenziali), uscendo dai confini tradizionali per abitare le strade, i palazzi e i quartieri. È stata citata l’esperienza di tre diaconi di Roma che esercitano il loro ministero direttamente nei grandi condomini di un quartiere popolatissimo (circa 20.000 persone), portando l’evangelizzazione e la vicinanza della Chiesa negli appartamenti, dove la gente vive. Questo stile incarnato serve a superare la cecità pastorale e a scorgere le povertà nascoste, come quelle drammatiche situazioni in cui un anziano muore solo in casa e viene ritrovato dopo giorni nell’indifferenza generale. Il diacono può diventare il coordinatore di una fitta rete di prossimità sul territorio, collaborando con i ministri straordinari della comunione e individuando in ogni palazzo o via delle famiglie-sentinella che diventino punti di riferimento per l’animazione pastorale, la preghiera quotidiana (come il Rosario o il mese mariano nelle case) e l’ascolto delle necessità.
11. La fantasia pastorale: due esempi concreti (l’oratorio e il catechismo)
Durante il dialogo, la concretezza del ministero è stata declinata attraverso due ambiti pastorali molto vicini alla nostra realtà: a. L’animazione giovanile e lo sport: è stata condivisa l’esperienza di un piccolo campo sportivo parrocchiale, restaurato per sottrarlo al degrado e protetto da un cancello. Per evitare che i ragazzi giocassero da soli in modo distruttivo, si è cercato il coinvolgimento degli adulti. Grazie a un gruppo di papà, nonni e mamme che si turnano quotidianamente, i ragazzi non sono più soli: c’è sempre un adulto che li custodisce e gioca con loro. In questo contesto, la fantasia pastorale del diacono potrebbe consiste nel coordinare questo servizio educativo e farsi evangelizzatore degli adulti stessi, parlando con loro di dinamiche educative e di cura, valorizzando il loro desiderio di fare il bene dei figli. b. I percorsi per i fidanzati (corsi prematrimoniali): Oggi la maggior parte delle coppie che chiede il matrimonio in chiesa convive già e ha figli. I classici corsi non possono più essere vissuti come una “tassa burocratica” da pagare per sposarsi, né ci si può limitare a discorsi astratti sul matrimonio. Devono diventare il luogo del primo annuncio della vita cristiana. Leggendo insieme a loro il Vangelo (quest’anno, ad esempio, il Vangelo di Matteo), ci si scontra con il fatto che molti non lo comprendono e rispondono per frasi fatte. Il diacono è chiamato a stare in questa fessura, aiutando le coppie a scoprire il volto di un Dio che — come nel profeta Osea — rimane fedele all’alleanza nonostante i tradimenti, proponendo il matrimonio non come formalismo sociale, ma come una scelta radicale ed esigente, identica alla vita religiosa.
12. Lo sguardo delle spose e il ministero del Vescovo
Un forte appello a camminare insieme alle nostre spose. Le donne possiedono un occhio diverso, una capacità unica di scorgere i bisogni profondi e le sofferenze nascoste che a noi uomini spesso sfuggono. La loro presenza attiva e il loro discernimento sono preziosi per aiutare la comunità diaconale a mappare le povertà della diocesi e formulare proposte concrete da presentare al Vescovo.
Il Vescovo, infatti, ha bisogno dei suoi diaconi proprio per questo: per conoscere le ferite reali del suo popolo. Se il presbitero è chiamato a dedicare molto tempo alla formazione, alla predicazione e soprattutto al sacramento della Riconciliazione (un ministero che richiede tempo, ascolto pacato e accoglienza immediata sul posto per non spegnere il desiderio di Dio), il diacono deve farsi carico delle periferie e del territorio. Siamo chiamati a far esplodere questa ministerialità diffusa, camminando con le nostre famiglie, i nostri orari e la nostra vita ordinaria, per essere nel mondo il segno visibile di Cristo Servo.
13. La Liturgia a Mezzogiorno: il servizio che nasce dall’Altare
Il culmine della nostra fraternità si è vissuto a mezzogiorno, quando ci siamo radunati attorno alla mensa eucaristica per la celebrazione della Santa Messa, presieduta da don Calogero. È stato un momento di altissima intensità ecclesiale: durante la preghiera eucaristica, siamo saliti tutti sull’altare, circondando il celebrante, per partecipare e celebrare insieme. In quel gesto visibile si è incarnata l’essenza stessa della nostra vocazione: una comunità ordinata che attinge dall’unico Pane la forza per farsi servizio.
14. L’Omelia di don Calogero: la guarigione che abilita alla diaconìa
La Parola di Dio proclamata (Mt 8,5-17) ha squarciato e illuminato la nostra riflessione, trovando nell’omelia di don Calogero una sintesi teologica e pastorale straordinaria. Il brano evangelico si apre con l’icona della fede del centurione e culmina con il compimento della profezia di Isaia: «Egli ha preso le nostre infermità e si è caricato delle nostre malattie» (Mt 8,17). Ma don Calogero ha voluto focalizzare l’attenzione su un dettaglio linguistico ed esistenziale dirompente, nascosto nel momento in carezza di Gesù alla suocera di Pietro, guarita dalla febbre: «Le toccò la mano e la febbre la lasciò; poi ella si alzò e lo serviva». Don Calogero si è soffermato sul fatto che il verbo originale utilizzato dall’evangelista Matteo per descrivere quel “servizio” è proprio il verbo diaconia. Questo passaggio è di fondamentale importanza per la nostra identità: la suocera di Pietro non compie un semplice gesto domestico o di cortesia. La guarigione operata da Cristo non è mai fine a sé stessa; l’incontro con la grazia che libera dalle infermità ha come conseguenza immediata e naturale l’abilitazione al servizio, alla diaconìa. Si viene guariti per servire. Cristo ci tocca la mano, ci solleva dalle nostre febbri spirituali ed esistenziali, affinché possiamo alzarci e metterci a servizio della comunità. Allargando lo sguardo alla dimensione missionaria della Chiesa, don Calogero ha richiamato il testo di Atti 14, quando Paolo e Barnaba, di ritorno dalla loro prima grande missione tra i pagani, radunano la folla dei discepoli per raccontare le meraviglie e le grandi cose che il Signore aveva operato nella loro vita attraverso di loro. In questo orizzonte di totale apertura — dove, come promesso nel Vangelo, molti verranno dall’Oriente e dall’Occidente per sedere a mensa nel Regno dei Cieli — risuona una bellissima ed eccezionale definizione di San Basilio Magno citata durante l’omelia: «La Chiesa è una fraternità universale». Questa espressione ha sigillato perfettamente il senso dei nostri giorni trascorsi insieme. La diaconìa a cui siamo chiamati, l’attenzione al territorio, la cura delle periferie, l’ascolto del lutto e la “mistica del quotidiano” vissuta nelle nostre case con le nostre spose e i nostri figli, non sono frammenti isolati. Tutto converge in quest’unica, immensa missione: manifestare nel mondo, attraverso lo stile del servizio e dell’abbassamento (minus stare), che la Chiesa non è una struttura burocratica, ma un’universale fraternità in cui nessuno è straniero e dove ognuno, guarito da Cristo, si alza per servire i fratelli.
15. La formazione umana e la maturità affettiva: «Uomini della relazione»
Il dibattito si è spostato su un pilastro imprescindibile delle norme contenute nel Direttorio: la formazione umana e relazionale. È stato ribadito che la formazione iniziale e permanente del diacono poggia su quattro dimensioni fondamentali (umana, spirituale, teologica e pastorale), ma le più recenti linee ecclesiali — inclusa la nuova “ratio” per i seminari italiani — insistono con forza sulla centralità della dimensione umana e relazionale. Il Direttorio richiede che tanto l’esperienza matrimoniale quanto quella celibataria abbiano condotto il candidato a conseguire una solida maturità affettiva. Spesso si cade nel tranello di dare per scontato che una persona sposata sia, per ciò stesso, affettivamente matura. La realtà pastorale dimostra che non è così. La maturità affettiva è la radice della capacità di entrare in relazione con gli altri, qualità essenziale per un diacono, chiamato a essere, per vocazione, un «uomo della relazione» in tutti gli ambiti della vita. Questa maturità si identifica con la scoperta della centralità dell’amore nella propria esistenza e con la lotta vittoriosa contro il proprio egoismo. Essa esige un pieno dominio della sessualità, che deve essere autenticamente personale, capace di esprimere il dono totale di sé all’altro, al coniuge. Il matrimonio ha il compito preciso di insegnare al diacono ad amare come Gesù Cristo, incarnando il mandato di Efesini 5,25.
16. Libertà, coscienza e discernimento nell’era digitale
Citando il numero 68 del Direttorio e l’enciclica Redemptor Hominis di San Giovanni Paolo II («L’uomo non può vivere senza amore… la sua vita è priva di senso se non si incontra con l’amore»), il relatore ha declinato la maturità affettiva come educazione alla libertà e alla coscienza morale. Vivere l’amore significa offrirsi reciprocamente in un’appartenenza fedele e indissolubile, accogliendo ed educando i figli. Si tratta di una vocazione oggi fortemente insidiata dall’edonismo e da una falsa concezione di libertà intesa come assenza di vincoli. Al contrario, l’autentica maturità affettiva educa a una libertà che si configura come obbedienza alla verità del proprio essere, esigendo che la persona sia davvero padrona di sé stessa, capace di superare l’individualismo ascoltando la voce di Dio nel profondo del cuore. Questa sfida si riflette direttamente nell’educazione dei figli e nel nostro rapporto con la modernità. Davanti all’esplosione dei social network e delle nuove tecnologie — inclusa l’intelligenza artificiale con cui la società sta compiendo passi da gigante — la risposta ecclesiale non può essere il divieto o l’isolamento morale. Non sono i “no”, i divieti o i recinti ideologici a rendere maturi. Come diaconi e come educatori, non possiamo fare a meno di questi strumenti, che permettono straordinari salti di qualità nella comunicazione globale (si pensi alla velocità di connessione immediata con l’America o l’Africa tramite WhatsApp). Il cristiano è chiamato all’educazione al discernimento, cioè alla capacità interiore di scegliere il bene e gestire la tecnica con libertà evangelica, senza farsi dominare.
17. L’allenamento spirituale e la fluidità dell’equilibrio umano
La formazione, pertanto, non è un evento del passato legato agli anni del cammino iniziale: essa è in fieri permanente. È stato proposto un parallelismo efficace con la cura del corpo: se una persona va in palestra o corre, i risultati si vedono solo con la costanza degli anni. Se ci si ferma per un mese, per recuperare la forma perduta ce ne vorranno tre. Dal punto di vista spirituale e pastorale accade la stessa identica cosa: se si interrompe l’allenamento della preghiera e dello studio, si perde rapidamente il terreno conquistato. Riprendendo una celebre provocazione di Papa Francesco ai giovani, il diacono non può essere un ministro “da divano”, ma deve allenarsi quotidianamente. Questo allenamento è indispensabile perché l’equilibrio umano non è un’acquisizione permanente, ma una realtà fluida. La vita ci espone continuamente a dinamiche che cambiano le nostre corde interiori: il vissuto di un lutto, la nascita di un figlio, un cambio di lavoro, una preoccupazione di salute. Eventi del genere destabilizzano e richiedono una continua riconquista dell’equilibrio. Se l’equilibrio umano e familiare si rompe, ne paga le conseguenze anche il ministero. Il ministero diaconale non è una “giustapposizione” o un accessorio che si può attaccare o staccare dalla vita familiare a seconda dei momenti di crisi; esso scaturisce dal sacramento del matrimonio, forma un tutt’uno con esso e va vissuto pienamente tanto nelle gioie quanto nei dolori. Per questa ragione, il ricorso a professionisti e psicologi — oggi ampiamente valorizzato dalle linee formative della Chiesa — non è il segnale di una patologia, ma uno strumento sapiente di accompagnamento per accrescere la propria maturità relazionale, l’equilibrio di carattere, l’ascolto non giudicante e la capacità di riservatezza. La fraternità reale tra diaconi e presbiteri, inoltre, non può nutrirsi solo di contatti virtuali su WhatsApp. Essa esige l’incontro fisico, il confronto culturale alto, la preghiera comune e la spinta costante rivolta al Vescovo — primo responsabile della formazione — affinché promuova spazi di crescita umana e pastorale per il suo clero.
18. I tre Munera liturgici alla luce di Sant’Ambrogio: oltre il ritualismo
Riprendendo una celebre espressione del teologo Alphonse Borras («A che servono i diaconi? A far sì che la chiesa sia veramente più diaconale hic et nunc, scongiurando il rischio di assorbimento sacerdotale della ministerialità con un diaconato a ornamento del sacerdozio»), si è approfondito il significato teologico dei tre munera del diacono: Liturgia, Parola e Carità. Per superare la tentazione di un vuoto “ritualismo liturgico”, il relatore ha offerto una straordinaria rilettura patristica partendo da Sant’Ambrogio di Milano, il quale commenta la “trilogia della Misericordia” di Luca 15 (la pecora smarrita, la dracma perduta, il padre misericordioso) interpretandola come un’unica grande parabola. Ambrogio si domanda: chi sono questi personaggi? a. il pastore che si carica sulle spalle la pecora smarrita (che rappresenta l’Adamo perduto, l’intera umanità ferita) è Cristo, che prende su di sé i nostri peccati. b. La donna che cerca la dracma perduta (che reca impressa l’immagine del Re e rappresenta la ricchezza della grazia) è la Chiesa che intercede. c. Il padre che corre incontro al figlio, lo abbraccia e lo riveste è Dio Padre che si riconcilia. Applicando questa eccezionale intuizione patristica alla liturgia, scopriamo perché alcuni precisi gesti della Messa sono affidati per natura al diacono e non al presbitero o al Vescovo. Non si tratta di una banale divisione tecnica dei servizi liturgici, ma di una densità sacramentale profonda. Al diacono è chiesto di essere intercessore, avvocato e ponte tra l’altare e la piazza: a. I tropici dell’atto penitenziale (Kyrie eleison): Il diacono invoca il Cristo misericordioso portando all’altare le miserie, le fragilità e i peccati della città degli uomini che egli ben conosce perché la abita. Cantare il Kyrie eleison significa attingere alla radice greca del termine, che rimanda alle viscere materne di Dio (rahamim) e alla compassione del Buon Samaritano. È il grido con cui l’assemblea supplica il Signore di chinarsi, di scendere per prenderci e sollevarci fino alla sua guancia, come una madre con il suo bambino (Isaia/Osea). Il diacono, conoscendo le ferite del territorio, si fa voce di questa supplica. Come il padre della parabola di Luca 15, il diacono deve “stare alla finestra”, guardare lontano per scorgere le miserie umane e correre incontro al fratello per abbracciarlo e sostenerlo, mai per giudicarlo. b. La preghiera dei fedeli (Litania della carità): Il diacono è l’intercessore che raccoglie le angosce, i bisogni e le necessità storiche del popolo e le presenta come supplica al Padre. Per questo motivo, sono state fortemente criticate le intenzioni di preghiera preconfezionate, astratte e sganciate dalla realtà locale. Le preghiere vanno scritte, preparate e incarnate nel vissuto del territorio, magari valorizzando il lavoro del gruppo liturgico parrocchiale. Il diacono diventa così la “voce di chi non ha voce”, sostenuto e supportato dal “Signore, ascolta la nostra preghiera” dell’intera assemblea. La liturgia non può essere improvvisata sull’emotività del momento, ma esige una preparazione comunitaria rigorosa, affinché l’Eucaristia sia davvero performante e trasformi la comunità, portando al Padre i fallimenti, le delusioni e i ringraziamenti della storia sacra della gente. Questa incarnazione pastorale varia a seconda del contesto: essere diacono in Sicilia ha sfumature e urgenze totalmente diverse rispetto a Milano, e persino tra Palermo e Agrigento la ministerialità deve saper riflettere sulle peculiarità del tessuto sociale. c. L’invito allo scambio della pace: Il diacono invita l’assemblea a scambiarsi il segno della pace perché conosce quanto sia faticoso e difficile riconciliarsi tra fratelli e sorelle. Egli compie questo gesto liturgico solo perché, prima ancora di salire i gradini dell’altare, si è fatto concretamente portatore di pace e consolazione visitando le famiglie ferite del quartiere: le case segnate da una separazione imminente, i focolari in cui manca la comprensione reciproca, o le stanze dove si piange la perdita drammatica di un familiare a causa di una malattia, di un incidente o di una sofferenza della vita.
19. Sintesi e risonanze della sessione serale
L’incontro serale ha scosso nel profondo la nostra consapevolezza ministeriale, portando a galla una forte tensione tra l’ideale a cui siamo chiamati e la complessa (e talvolta dolorosa) realtà del nostro territorio. Non si è trattato solo di pianificare attività, ma di un vero ed eccezionale esame di coscienza comunitario.
19.1 La Diaconia itinerante e le nuove povertà: oltre le mura della Chiesa
È emersa con forza la necessità di ridefinire il ruolo del diacono come figura “itinerante”, capace di uscire dai confini rassicuranti della parrocchia per intercettare il territorio.
– Sfruttare le reti esistenti (esempio: i ministri straordinari della comunione): È stata proposta un’idea concreta: utilizzare la rete dei ministri straordinari della comunione non solo per portare la comunione al malato, ma per entrare in contatto con l’intero nucleo familiare, allargando la relazione e intercettando bisogni sommersi.
– Le marginalità contemporanee: Uscire verso le “periferie” oggi significa guardare a fenomeni drammatici che colpiscono i giovani: l’isolamento sociale (i ragazzi chiusi in camera davanti agli schermi), la dispersione scolastica, le nuove dipendenze digitali, l’autolesionismo e il bullismo.
– L’emergenza educativa: Spesso dietro il disagio dei ragazzi si nasconde un’incapacità genitoriale o contesti di violenza domestica che la scuola intercetta, ma che interpellano direttamente la Chiesa. La pastorale non può limitarsi a “fare programma” o a fermarsi alla prima comunione/cresima, dopo la quale le famiglie spariscono.
19.2 Il Vangelo che non “incide”: la provocazione del nostro territorio
Il momento più denso e doloroso del dibattito ha riguardato il nostro contesto geografico e storico (la terra di Campobello, segnata dalla lunga latitanza di Matteo Messina Denaro).
– La provocazione centrale: Come diaconi e come Chiesa, dobbiamo chiederci perché il nostro annuncio non abbia minimamente intaccato o messo in crisi la cultura della violenza, dell’omertà e della sopraffazione.
– Il rischio dell’ipocrisia: C’è il forte rischio di vivere una fede schizofrenica: impeccabili e devoti dentro la sacrestia (preoccupati dei canti, dei paramenti o delle rubriche liturgiche), ma perfettamente allineati o indifferenti fuori, nella vita civile, dove si continua a convivere con il compromesso e l’illegalità come se nulla fosse successo.
– La voce profetica smarrita: Se dopo lo sconcerto di certi eventi continuiamo a fare tutto “come prima” (catechismo, processioni…) senza interrompere la normalità per interrogarci, rischiamo di perdere del tutto la credibilità. Dobbiamo ritrovare un coraggio profetico per saper dire dei “no” pastorali chiari quando mancano i presupposti di autenticità.
19.3 Equilibrio familiare, lavoro e credibilità personale
Il ministero non viaggia su binari separati rispetto alla vita quotidiana; il matrimonio stesso è stato definito come una “scuola di diaconia”.
– I nuovi equilibri della coppia: È stata condivisa la fatica e la bellezza di trovare un nuovo bilanciamento familiare (ad esempio, con la nascita di un figlio), dove la preghiera e la direzione spirituale diventa ancora fondamentale per non farsi travolgere.
– La diaconia nel posto di lavoro: Il mondo professionale (la scuola, l’ufficio, l’azienda) è una missione difficile, spesso segnata da scetticismo o ironia iniziale. Tuttavia, l’empatia, l’ascolto senza pregiudizi e la coerenza silenziosa pagano: le persone, nel momento del bisogno o della fragilità (crisi relazionali, l’accettazione del dolore, orientamenti personali), cercano il diacono perché vedono in lui un interlocutore credibile e umano.
– Essere “abbronzati” dal Risorto: La credibilità non si impone con la forza o con i discorsi teorici. Come una persona che va al mare torna visibilmente abbronzata, così chi ha incontrato Cristo deve trasmettere quella luce in modo spontaneo e contagioso.
Il pericolo più grande emerso è quello di “abbassare l’asticella” per paura, stanchezza o mancanza di supporto da parte dei parroci, riducendo il diacono a un semplice “aiutante del prete” o a un sacrestano evoluto. Anche la sofferenza di percepire lo scarto tra ciò che dovremmo essere e ciò che riusciamo concretamente a fare è, in se stessa, una forma di diaconia. Il nostro compito rimane quello di seminare con gratuità e passione, senza l’ossessione del raccolto immediato, consegnando le nostre fragilità e quelle della comunità nella preghiera e nell’azione liturgica (come nell’atto penitenziale e nello scambio della pace, dove portiamo la vita reale sull’altare). La Chiesa siamo noi: santa e peccatrice, ma costantemente chiamata a ricominciare.
19.4 La proposta di alto livello: Non temere il “Piccolo resto” (testimonianza di don Calogero)
Don Calogero ha introdotto una chiave di lettura radicale: la Chiesa oggi vive il rischio di voler restare a metà strada per “garantire la massa” e, al contempo, cercare credibilità. Il risultato è un Vangelo annacquato.
– Qualità e non quantità: Non dobbiamo avere paura di ridurci a un “piccolo resto”. È preferibile curare e accompagnare seriamente chi desidera fare un cammino autentico piuttosto che mantenere masse legate solo alla “sacramentalizzazione” formale.
– La folla vs l’incontro personale: Don Calogero ha richiamato due immagini evangeliche potenti:
– Zaccheo, che Gesù non incontra nella folla, ma chiama scendendo dal sicomoro per entrare nella sua casa.
– I discepoli sulla barca, che Gesù costringe a salire per staccarsi dalla folla. La folla è per sua natura volubile: un giorno acclama “Osanna” e il giorno dopo grida “crocifiggilo”, esattamente come nei comizi politici dove si applaude chi urla più forte e non chi fa proposte concrete.
L’obiettivo della pastorale deve essere uno solo: permettere ai ragazzi e agli adulti di fare un’esperienza reale di preghiera e di incontro vivo con il Risorto. Senza questo, tutto il resto è inutile.
19.5 Il primato della vita spirituale e dell’accompagnamento
Un limite evidente delle nostre comunità è la quasi totale assenza di un serio percorso di accompagnamento spirituale (direzione spirituale), che spesso manca agli stessi diaconi e sacerdoti.
– Un cammino lungo tutta la vita: La vita spirituale esige un progresso continuo; come insegnavano i Padri della Chiesa, si può avere 80 anni ed essere ancora al primo gradino. Chi si lascia accompagnare e cura l’interiorità non può più scendere a patti con la disonestà.
– La perdita dei testimoni: Don Calogero ricorda con gratitudine alcune donne anziane e semplicissime dei suoi inizi ministeriali, capaci di fare turni di ore di preghiera davanti al tabernacolo. Oggi queste figure mancano perché non dedichiamo più tempo al “travaglio interiore”. Se noi per primi (preti e diaconi) non testimoniamo la necessità della confessione e della cura spirituale, la fede si riduce a “festicciole storiche” e folklore che non cambiano la vita.
19.6 Coerenza davanti alla Morte: Il sindaco e il Sacerdote
A conferma di quanto l’onestà interiore valga più dei ruoli formali, Don Calogero ha condiviso un forte contrasto vissuto nella sua esperienza:
– L’ex sindaco non credente: Un uomo lontano dalla Chiesa, spesso in contrasto coerente e rispettoso con la parrocchia durante il suo mandato. Arrivato in punto di morte, ha affrontato il momento con lucidità, pace e un profondo travaglio interiore. Ha cercato la riconciliazione, ha accolto il Crocifisso e ha espresso il rammarico di non aver vissuto da cristiano, ma si è preparato al passaggio con verità.
– Il sacerdote che rifiutava la morte: Al contrario, un uomo di Chiesa che, davanti alla fine, non riusciva ad accettarla, arrivando a prendersela con Dio.
– Questo paradosso dimostra che il valore del ministero e della vita non risiede nei titoli o nell’efficacia apparente (siamo tutti strumenti piccoli e talvolta inefficienti, come Pietro o i discepoli), ma nella verità del nostro rapporto continuo con il Signore.
19.7 Prospettive finali: autocritica evangelica vs. autodifesa
Di fronte alle difficoltà pastorali e al fallimento educativo, l’assemblea ha riconosciuto che esistono due strade possibili:
– La via dell’autodifesa (distruttiva): Giustificarsi, difendere il proprio operato e scaricare la colpa all’esterno (sui genitori, sulla società, sui tempi che cambiano).
– La via del mettersi in discussione (evangelica): Chiedersi cosa abbiamo mancato di fare, di cosa la Chiesa debba oggi liberarsi (comprese certe istituzioni e legami ambigui con il potere che la allontanano dalla logica di Dio) e chiedere al Signore maggiore luce e coraggio per osare sentieri nuovi.
Il ministero vissuto in coppia, la condivisione tra diaconi e il cammino comune sono l’unico modo per non isolarsi, per valorizzare i doni differenti che il Signore ha distribuito a ciascuno e per continuare a seminare, accettando anche la sofferenza di non veder germogliare subito il frutto.
Mattinata del 28 giugno
20. Formazione Permanente, Identità e Programmazione
La sessione conclusiva della tre giorni si è concentrata sulla programmazione e sulla stringente necessità di una formazione permanente. La nostra vocazione non può vivere di rendita sugli studi passati: la professione del diacono è una missione e, proprio come i medici si aggiornano costantemente per salvare vite, noi abbiamo il dovere di qualificarci continuamente. La formazione permanente è stata strutturata attorno a tre coordinate fondamentali: l’essere, il fare e il saper fare.
20.1 In ordine all’essere: integrazione e identità
L’identità del diacono è in costante evoluzione. Riprendendo le provocazioni di don Calogero, sono emersi alcuni punti cardine:
– Integrazione tra matrimonio e diaconato: Occorre superare la logica divisiva della contrapposizione o del semplice affiancamento. I diaconi sono contemporaneamente mariti e diaconi; le mogli sono spose di un uomo che, insieme a loro (e non senza di loro), è maturato verso una dimensione nuova. È un cammino di riscoperta reciproca.
– Sotto lo stesso giogo (la stessa croce, lo stesso Ministero): Coppia e ministero condividono la stessa realtà (famiglia, figli, salute, lavoro). Anche se non si usa il termine “diaconessa”, la moglie non è estranea al diaconato del marito: non dà una semplice “licenza”, ma si lascia coinvolgere dentro lo stesso gioco ministeriale.
– Il Diacono intercessore: La liturgia deve fecondare la vita reale. È risuonata una domanda provocatoria per tutti: Quanto tempo dedichiamo alla preghiera ogni giorno? Non ci si può accontentare del minimo. Lo stesso vale per la carità: non basta pensare ai poveri “in generale”, bisogna conoscerne le storie, i volti e i bisogni concreti. Quanti poveri concretamente tengo presente nella mia quotidianità?
20.2 In ordine al fare: missionarietà e nuove prospettive
Abbiamo riscoperto che il diacono non è un “mestierante del sacro” o un semplice “uomo di culto”, ma un missionario ed evangelizzatore.
– Tra l’altare e la strada: Lo sguardo del diacono non deve essere rivolto al proprio ombelico (autocompiacimento) né ai “nidi” protetti, ma all’orizzonte, oltre la porta della chiesa, lì dove si intravedono le ombre della sofferenza umana. Il missionario accetta l’imprevisto, ha l’orecchio teso, lo sguardo lungo e il cuore pronto.
– Suscitatori di ministerialità: Il diacono, insieme al parroco, ha il compito di individuare, affiancare e far maturare i carismi laicali (catechisti, animatori Caritas, animatori giovanili…), aiutando gli altri a scoprire la propria vocazione con pacatezza e armonia.
– Uscire dai circuiti logorati: È necessario ripensare radicalmente i percorsi tradizionali (corsi prematrimoniali, preparazione ai battesimi), spesso ridotti a passaggi burocratici ed elementari. Davanti a coppie che già convivono o hanno figli, l’annuncio deve essere essenziale, alto e liberante: Gesù Cristo non è il nemico della loro felicità, ma la sorgente del loro amore. Non serve moralizzare, serve annunciare.
– Annodatori di legami spezzati: Il diacono è un operatore di pace. Un ministero immenso si gioca nel ricucire le ferite relazionali all’interno delle parrocchie, dei posti di lavoro e delle famiglie (es. accompagnare i genitori separati conflittuali in vista dei sacramenti dei figli, aiutandoli a guardare al bene del figlio).
20.3 In ordine al saper fare: riconoscere i limiti
Dobbiamo avere l’umiltà di riconoscere quello che ancora non sappiamo fare (dalle cose più semplici, come il canto liturgico, fino alle competenze relazionali e teologiche più complesse) per metterci in una postura di costante apprendimento. I tre giorni hanno evidenziato una bellissima e diffusa buona volontà, il desiderio sincero di rimettersi in gioco e di fare comunità senza maschere. C’è però un forte richiamo alla dignità spirituale e culturale del nostro ruolo. Non possiamo permetterci il lusso di parlare per approssimazione o per sentito dire. Quando un collega di lavoro o un parrocchiano ci interroga sui pronunciamenti del Papa o della Chiesa, dobbiamo sapere di cosa si parla. Dobbiamo curare la nostra preparazione così come le nostre mogli non possono restare estranee alla vita ecclesiale. La strada davanti a noi è tracciata. Possiamo scegliere di difenderci accusando la società, i tempi o i genitori, oppure imboccare la via più difficile ma evangelica: metterci in discussione, invocando dal Signore maggiore luce, coraggio e forza per rimodulare la nostra presenza come diaconi e come Chiesa.
21. Il culmine della tre giorni: la celebrazione eucaristica
Non c’era modo più alto e necessario per concludere questa intensa mattinata di grazia se non rendendo grazie e celebrando l’Eucaristia. Sull’altare abbiamo deposto le nostre fatiche, i sogni emersi, le fragilità del territorio e il desiderio di una diaconia rinnovata.
21.1 La Parola del Vangelo (Mt 10,37-42) e l’Omelia di don Pino
Il testo evangelico proclamato è risuonato come una sintesi perfetta e folgorante di tutto il nostro percorso spirituale: «Chi ama padre o madre più di me non è degno di me… chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà… Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli… non perderà la sua ricompensa». Don Pino, nella sua omelia, ci ha aiutato a collocare e comprendere in profondità queste parole così radicali:
– Il discorso missionario: Ha sottolineato come questo brano costituisca il culmine del secondo grande discorso del Vangelo di Matteo, quello specificamente dedicato alla missione.
– Il filo conduttore delle domeniche: Questo testo non è isolato, ma si collega strettamente ai passi precedenti:
– Alla XI domenica del Tempo Ordinario, in cui Gesù, provando compassione per le folle stanche e sfinite, decide di inviare i suoi discepoli per portare ristoro e cura.
– Alla XII domenica, dove risuona il comando pressante a non aver paura di fronte alle fatiche e alle ostilità del mondo.
– La logica del dono: Questo Vangelo ci ricorda che la diaconia non è compatibile con una vita trattenuta per sé; solo chi accetta di “perdere” la propria vita per Cristo e per i fratelli la trova davvero. L’accoglienza dell’altro – che si esprime anche nel gesto più piccolo, umile e nascosto come un bicchiere d’acqua fresca dato a uno di questi piccoli – diventa il metro di misura del nostro ministero.
22. Un segno di provvidenza: la comunione fraterna
La celebrazione è stata impreziosita da un piccolo ma significativo segno dello Spirito. Durante la liturgia, a celebrazione già iniziata, un padre Camilliano si è unito alla nostra assemblea. Questo arrivo improvviso e la successiva conclusione della Santa Messa vissuta insieme non sono stati un semplice imprevisto, ma un’icona vivente di ciò che abbiamo detto in questi giorni: la diaconia chiama alla comunione, supera i confini e accoglie chi cammina sulle strade della carità (proprio secondo il carisma camilliano del servizio agli infermi e ai fragili). Con il cuore colmo di gratitudine e rivestiti della forza del Risorto, ci congediamo da questa tre giorni pronti a ritornare sulle strade della nostra diocesi, non più come singoli, ma come corpo ministeriale vivo.
Tony Tirenna per Condividere

