Il periodo estivo, per chi vive all’interno di una casa circondariale, rappresenta da sempre il momento più duro dell’anno. Alle temperature, spesso soffocanti, si somma una certezza malinconica: la sospensione di quasi tutte le attività ordinarie, dalla scuola ai corsi di formazione, che finisce per allungare a dismisura il tempo vuoto delle giornate e accrescere il senso di isolamento. È proprio per spezzare questa solitudine che, anche quest’anno, come volontarie della Caritas diocesana abbiamo scelto di rinnovare la nostra presenza proponendo alle istituzioni penitenziarie un laboratorio di lettura settimanale rivolto a un gruppo di quattordici fratelli detenuti e sostenuto coi fondi 8×1000 destinati alla carità. Il percorso si è snodato attraverso la lettura condivisa di alcuni capitoli dell’enciclica Magnifica humanitas. In un contesto in cui la stanchezza, la fatica fisica e la sofferenza interiore rischiano di diventare estreme, l’obiettivo non era certo quello di impartire lezioni, ma di offrire un piccolo contributo: un’ancora, una roccia salda a cui potersi aggrappare per non farsi travolgere dalla tempesta dell’estate in cella.
Per noi volontarie, questo laboratorio ha rappresentato un’occasione preziosa per incontrare i detenuti, esserci concretamente e alimentare un dialogo informale, semplice e familiare. Si è trattato di uno scambio profondo di umanità che si è condiviso persino prima delle parole, al di là di esse, comunicando con la sola presenza un messaggio chiaro e rassicurante: ci siamo anche in estate. «Esserci è stato il nostro modo per dire semplicemente che l’altro per noi c’è sempre. E se gli altri sono segno del Suo amore per noi, anche noi siamo spinti ad esserlo per questi fratelli», hanno detto le volontarie. Come cristiani, avvertiamo oggi con forza la spinta dello Spirito Santo a resistere a ogni forma di disumanizzazione. La strada principale per farlo è intessere relazioni buone e autentiche con i nostri fratelli, specialmente con coloro che sperimentano condizioni di penoso isolamento. È stato un cammino di straordinaria reciprocità, bello e arricchente non solo per i partecipanti, ma in primo luogo per noi. Il laboratorio è diventato anche lo spazio fecondo per accogliere ed entrare in contatto con i detenuti giunti in istituto da pochissimo tempo, i quali hanno chiesto con insistenza di potersi unire al gruppo.
Siamo entrate in carcere senza aspettative o pretese di risultato, ma con una sola incrollabile certezza: laddove due o più persone si riuniscono nel nome del Signore, Egli è lì in mezzo a loro. Abbiamo la fiducia che ogni piccolo seme di bene depositato con cura nel cuore di ciascuno saprà dare il suo frutto a suo tempo. Tutte le relazioni che viviamo all’interno della casa circondariale — sia nei momenti liturgici sia in progetti di prossimità come questo — sonoanimate e alimentate dalla fede. Il centro di tutto rimane sempre Lui. Vivere questi legami significa offrirsi un aiuto reciproco per approfondire e sperimentare, in pienezza, la relazione personale e comunitaria con il Signore, riconosciuto nei volti dei detenuti.
Enza Sancetta per Condividere