Si è svolto dal 3 al 6 agosto ad Assisi il convegno nazionale dei diaconi sul tema “Nel segno di Francesco d’Assisi amante dei poveri: nuove sfide per la diaconia e per il diaconato”. Relatori sono stati padre Giulio Michelini, ofm, sul tema “Diaconi alla scuola della spiritualità di Francesco”, don Bruno Bignami, presbitero della Diocesi di Cremona e direttore dell’Ufficio Cei per i problemi sociali e il lavoro, sul tema “Lo spazio sociale: nuove sfide per la diaconia e per il diaconato”, Chiara Mercuri sul tema “Francesco diacono di pace, amante dei poveri: a 800 anni dal transito” e don Sergio Massironi sul tema “Verso un nuovo volto del diaconato: la polis luogo e spazio della diaconia politica”. Qui di seguito la sintesi delle 4 relazioni di padre Giulio e di don Bruno scritta dal diacono permanente Francesco De Vita e dalla moglie Isabella che hanno partecipato al convegno. Della delegazione della nostra Diocesi hanno fatto parte anche don Giuseppe Alcamo (delegato per la formazione dei diaconi), il diacono Alessandro Pulizzi e la moglie Anna.
Padre Giulio Michelin, ofm (Diaconi alla scuola della spiritualità di Francesco)
La radice della diaconia
Padre Giulio mostra che la diaconia non nasce nel Nuovo Testamento, ma affonda le radici nell’Antico Testamento: Dio è il primo “diacono”: vede, ascolta, conosce e scende per liberare il suo popolo (Es 3,7-8). Inoltre la tradizione rabbinica interpreta Dio come colui che compie per primo le opere di misericordia: Veste gli ignudi (Gen 3), visita i malati (Gen 18) e seppellisce i morti, come Mosè (Dt 34). Ecco che da qui nasce l’idea dell’imitatio Dei: l’uomo è chiamato a imitare la misericordia di Dio.
La diaconia di San Francesco
- Diaconia verso gli ultimi: i lebbrosi
Francesco individua nei lebbrosi la sua prima chiamata alla conversione: «Ciò che mi sembrava amaro fu cambiato in dolcezza dell’anima e del corpo». I lebbrosi erano gli esclusi della società medievale, essi vivevano “fuori le mura”. Francesco esce dalle mura per incontrarli: non li assiste dall’alto, ma vive con loro, egli scende verso il basso riconoscendoli come causa della sua conversione.
- Francesco e la Diaconia della pace
Francesco è attuale perché annuncia la pace. Prima della conversione fu militare, esperienza che segnò profondamente la sua vita. Il saluto rivelato da Dio: «Il Signore ti dia pace» è rivoluzionario perché rompe le logiche di potere dei saluti formali. La pace diventa forma concreta del Vangelo.
Padre Giulio ricorda due episodi emblematici: Arezzo: scaccia i demoni della discordia; incontro con il Sultano (Damietta, 1219): testimonianza di pace in piena crociata.
- Francesco e la Diaconia della Parola
Francesco mostra un rispetto straordinario per la Parola di Dio: «Raccoglieva da terra gli scritti contenenti il nome del Signore…», per lui anche frammenti di pergamena profani venivano raccolti per timore che contenessero il nome di Dio. Questa venerazione ricorda la sensibilità ebraica verso i testi sacri (ipotesi discussa nel libro Sotto lo stesso cielo).
- Francesco e la Diaconia del creato
Francesco è anticipatore di un’ecologia integrale, il Cantico di frate Sole è il primo testo poetico italiano e una lode a Dio attraverso il creato. L’ecologia integrale è un modo di vivere il rapporto con il creato che non è solo estetico o romantico, ma profondamente spirituale e responsabile. Il creato non è sfondo, ma spazio di relazione tra Dio, l’uomo e tutte le creature: la custodia della terra è una forma di diaconia. Qui il creato diventa campo concreto di servizio: prendersi cura della terra, degli animali, dell’ambiente, non è un “tema laterale”, ma un modo di vivere la misericordia e la diaconia oggi. Lo stesso Papa Francesco, con Laudato si’ e Fratelli tutti, riprende questa intuizione: la custodia della terra è una forma di diaconia.
- Francesco diacono: identità eucaristica
Francesco non fu presbitero, forse per umiltà o per evitare un’elevazione sociale. La sua diaconia è profondamente eucaristica, culminando nel Natale di Greccio, dove proclama il Vangelo come diacono.
Quale Diaconia oggi? Le nuove sfide
Il Sinodo 2023–2024 riconosce il diacono come: icona della sinodalità; ministro della soglia; figura che vive tra il presbiterio e i laici, tra liturgia e carità, tra Chiesa e mondo. Particolare attenzione è dedicata alla diaconia familiare: la sposa e i figli partecipano alla missione del diacono, perché la casa diventa luogo di accoglienza e servizio.
Conclusione
Padre Michelini ci invita a chiedere la grazia di seguire l’esempio di Francesco, Santo patrono d’Italia e diacono, per vivere una diaconia che unisce: servizio ai poveri, annuncio della pace, amore per la Parola, custodia del creato, testimonianza familiare, stile sinodale.

Don Bruno Bignami (Lo spazio sociale: nuove sfide per la diaconia e per il diaconato)
Il sociale come luogo teologico
Don Bignami insiste su un punto fondamentale: «Noi viviamo il sociale perché siamo persone immerse nel sociale». La fede non si aggiunge alla vita sociale: la illumina dall’interno. Per questo la diaconia non può essere pensata come un servizio “extra”, ma come una forma di presenza evangelica dentro le dinamiche quotidiane: lavoro, famiglia, relazioni, responsabilità civili.
Francesco d’Assisi come modello di lettura sociale del Vangelo
Francesco e Chiara: il Vangelo che ricompone le fratture sociali. Bignami ricorda che Francesco e Chiara appartenevano a due fazioni nemiche della Assisi medievale. Il loro incontro non nasce da un romanticismo spirituale, ma dal fatto che il Vangelo ricostruisce relazioni sociali spezzate.
La pace come frutto di un’esperienza sociale
La pace francescana non nasce solo dall’incontro con il Sultano, ma dalla sua esperienza di: guerra, prigionia, divisioni civili, conversione personale. Il Vangelo permette a Francesco di rileggere la società e di proporre vie nuove: Porziuncola come luogo di perdono, dialogo con i musulmani, superamento della logica della conquista.
Come rileggere la società alla luce del Vangelo?
L’esempio del lupo di Gubbio e l’amore “dentro la storia”: Bignami cita don Primo Mazzolari: «Le creature di Dio bisogna amarle come sono, non come dovrebbero essere». Questo vale per le persone, per i figli, per le comunità: la diaconia non è moralismo, ma accompagnamento paziente.
L’episodio del bacio del lebbroso e la nascita di un’economia inclusiva
Dal gesto di Francesco verso il lebbroso nasce una visione sociale che i francescani tradurranno in: Monti di pietà, prestiti solidali, strumenti economici per evitare l’emarginazione. La diaconia, quindi, non è solo carità, ma trasformazione delle strutture sociali.
La denuncia del “mainstream” e il rischio di una Chiesa silente
Don Bignami avverte che oggi la Chiesa rischia di: adeguarsi alle logiche dominanti, tacere davanti alle ingiustizie, trasformare i santi in “santini innocui”. Francesco, invece, rimette in gioco la vita sociale del suo tempo, e la diaconia deve fare lo stesso oggi. La parabola del samaritano e Atti 3: la prima diaconia della Chiesa. Bignami interpreta l’episodio dello storpio alla Porta Bella (At 3,1-10) come paradigma della diaconia: Pietro e Giovanni non danno denaro, ma relazione: “Guardami”; intercettano la domanda profonda, non quella superficiale; reinseriscono lo storpio nella vita sociale: la guarigione è reintegrazione. La diaconia è restituire la vita alla sua pienezza, non «portare qualcuno nel nostro gruppo».
La Chiesa in uscita: fioritura dell’esistenza
La “Chiesa in uscita” non è uno slogan, ma un invito a: smettere di difendere ciò che si è, servire la fioritura della vita delle persone, accompagnare le responsabilità sociali di ciascuno (medici, operai, imprenditori, agricoltori…). La comunità cristiana deve essere gioiosa, liberante, non cupa o difensiva. Ecco l’opzione preferenziale per i poveri: non è una categoria sociologica, ma teologica. Dio guarda per primo chi è ai margini. La comunità cristiana deve fare lo stesso, altrimenti genera emarginazione. Papa Francesco e Papa Leone XIV ribadiscono che «l’opzione per i poveri è l’unico modo credibile di essere cristiani oggi». Don Bignami denuncia anche le nuove forme di schiavitù: sfruttamento dei minori, terre rare, economia digitale che nasconde ingiustizie.
Conclusione
La diaconia oggi deve leggere il sociale con il Vangelo, ricostruire relazioni, reintegrare gli esclusi, denunciare le ingiustizie, accompagnare la vita reale delle persone, vivere l’opzione preferenziale per i poveri, essere segno messianico di liberazione. È una chiamata a non addormentare le coscienze, ma a far “esplodere la potenza del Vangelo nella vita sociale”.

Chiara Mercuri (Francesco diacono di pace, amante dei poveri: a 800 anni dal transito)
Il punto di partenza: il diaconato di Francesco
L’autrice apre chiarendo che la scelta di Francesco d’Assisi di rimanere diacono è stata spesso fraintesa e usata per sminuirne la figura. In realtà fu una scelta precisa, non una mancanza di capacità teologica o culturale. «Sul fatto che Francesco volle sempre stare diacono sono poi nate cattive interpretazioni che hanno fatto molto male alla sua figura».
Il cristianesimo come rottura del sacro separato
La professoressa Mercuri riflette sul verbo diaponeo (“prestare servizio”) e sul modo in cui il cristianesimo rompe la logica del sacro come spazio separato, tipica delle religioni antiche. Gesù abbatte la distinzione tra puro/impuro e apre un rapporto orizzontale tra Dio e gli uomini. «Il rapporto verticale… Gesù lo trasforma in un rapporto orizzontale».
Il contesto del XIII secolo: crisi della cura pastorale
Nel XII–XIII secolo la Chiesa vive una crisi: sacerdoti lontani dal popolo, mancanza di catechesi, masse urbane abbandonate spiritualmente. È in questo vuoto che nasce la vocazione di Francesco: stare vicino agli ultimi, non avanzare nella carriera ecclesiastica. «La massa delle persone è abbandonata senza più nessun tipo di cibo spirituale».
La scoperta della povertà: non ad Assisi, ma a Roma
Un passaggio importante della “Vita intermedia” di Tommaso da Celano mostra che la prima esperienza radicale di Francesco con i poveri avviene a Roma, non ad Assisi. «Depose le proprie vesti e indossò quelle strappate e puzzolenti dei miseri… mai aveva mangiato qualcosa di più gustoso». Questa esperienza gli rivela la violenza della povertà urbana e lo spinge verso una vita di servizio.
La radicalità di Francesco
Francesco è radicale non contro la Chiesa, ma dentro l’obbedienza. La sua radicalità consiste nel non sopportare che qualcuno stia peggio di lui e nel vivere la povertà come scelta totale. «Quello che lui non poteva sopportare era di accorgersi che qualcuno potesse stare peggio di lui». La sua letizia non è spontaneità ingenua, ma una disciplina spirituale: «quando andrete in mezzo alla gente dissimulatela la gioia… dovete cantare il Cantico prima e dopo la predica».
Le manipolazioni della sua immagine
Chiara Mercuri denuncia come, nei secoli, si sia tentato di presentare Francesco come: poco istruito, incapace di teologia, autore in volgare perché non conosceva il latino. In realtà Francesco scriveva in latino, come dimostrano i suoi 30 scritti. «Nei suoi 30 scritti c’è un’intelligenza del Vangelo eccezionale».
Il prezzo della scelta
La vita di Francesco non fu serafica e semplice: fu una via di martirio quotidiano. «Dobbiamo essere obbrobrio degli uomini e scherno del popolo» (Lettera ai fedeli): i frati venivano insultati e scherniti nelle città umbre, proprio perché non reagivano. In conclusione: Francesco parla ancora al mondo perché nasce dalla stessa disperazione che proviamo oggi davanti alle ingiustizie. La sua via è quella del servizio, della carità e dell’obbedienza: «Io frate Francesco… vi prego di accogliere, osservare e mettere in opera queste parole».
In sintesi, il testo mostra un Francesco: è stato diacono per scelta, non per limite; è stato radicale nell’obbedienza, non nella ribellione rimanendo fedele alla Chiesa; è stato una persona profondamente intelligente, capace di un’esegesi evangelica raffinata; era consapevole del costo della sua vocazione; oggi il suo modello è attuale perché vive la povertà come responsabilità verso chi sta peggio.
Don Sergio Massironi (Verso un nuovo volto del diaconato: la polis luogo e spazio della diaconia politica)
L’intervento di don Sergio Massironi è sviluppato attorno a due fuochi: polis (la città) e diaconia (il servizio). L’autore analizza il contesto urbano contemporaneo, le trasformazioni sociali e culturali, e il ruolo che la Chiesa — in particolare i diaconi — è chiamata a svolgere in questo scenario complesso e frammentato.
La città: da polis a mondo-città
La città come luogo di novità: storicamente la città è stata il luogo dove «le novità e le avanguardie nascevano e si propagavano». La polis come spazio della parola richiamando Hannah Arendt, la città greca è descritta come il luogo dove «tutto si decideva con le parole e la persuasione e non con la forza». Inoltre le città medievali e le periferie le città del Medioevo erano segnate da violenze e esclusioni, con periferie povere e marginalizzate (cit. Fratelli Tutti, Papa Francesco).
La città contemporanea: urbanizzazione planetaria: il documento sottolinea che oggi non esiste più la “città moderna”: viviamo in un mondo dove tutto è città e tutto è periferia. Marc Augé parla di “mondo-città” e “città-mondo”, dove convivono ricchezza e miseria, centri globalizzati e periferie esistenziali. Gli effetti della comunicazione digitale penetrano ovunque: «entra continuamente dentro di noi un pensare e un sentire che tende a omologare il mondo».
La Chiesa e la città
Gesù appare spesso fuori dalle città, in tensione con Gerusalemme, mentre la Chiesa nascente si radica nelle grandi città del Mediterraneo (Antiochia, Corinto). Le prime comunità cristiane avevano la capacità di mettere insieme persone che «non avrebbero mai avuto altre ragioni per frequentarsi». La loro vita era percepita come “meravigliosa” e “incredibile” (Lettera a Diogneto).
La sfida attuale
Papa Francesco ci invita a: abitare la città con uno sguardo contemplativo; creare spazi di preghiera e comunione significativi; servire per favorire il dialogo in realtà frammentati.
Quale Diaconia oggi?
Don Massironi si concentra sul ruolo del diacono nella Chiesa italiana. La Chiesa garantisce una “presenza pastorale capillare”. In questo contesto cita due documenti Cei del 1971-72 che indicavano il diacono come: promotore di una presenza pastorale capillare, animatore di comunità minori, custode di rapporti umani autentici. Il relatore osserva che questa intuizione è stata in parte dimenticata. Il rischio delle grandi strutture pastorali: Massironi denuncia che le comunità pastorali rischiano di accentrare troppo, perdere la storia delle singole comunità e generare «disaffezione e sofferenza». La sfida della prossimità: La diaconia deve custodire le relazioni quotidiane, i luoghi di incontro reale e le comunità dove chi non si frequenterebbe mai possa incontrarsi. Inculturazione del Vangelo: Papa Francesco e Papa Leone (in Dilexi Te) ricordano che: la dottrina sociale della Chiesa nasce anche dai poveri dove la realtà si vede meglio dai margini, e quindi si rende necessaria una interazione continua tra battezzati e magistero. Il diacono, vivendo la famiglia, il lavoro e il ministero, è in una posizione privilegiata per questa inculturazione.
La necessità di superare la “doppia vita ecclesiale”
Il testo denuncia un problema diffuso ovvero che i cristiani usano linguaggi diversi in parrocchia e nella vita quotidiana e quindi serve un superamento di questa frattura, perché il Regno di Dio si riconosce nei luoghi della vita reale.
Conclusione
Il documento propone un nuovo volto del diaconato fondato su: presenza capillare, prossimità reale, inculturazione del Vangelo, capacità di abitare la città contemporanea, creazione di luoghi di relazione e comunione, dialogo con le periferie esistenziali. Il diacono è chiamato a essere ponte tra la vita quotidiana e la vita ecclesiale, favorendo la comunità cristiana unita rispetto alla frammentarietà urbana riuscendo una mantenere relazioni tra le periferie e il centro.