Negli ultimi anni, a seguito delle indicazioni pastorali di monsignor Domenico Mogavero – che proponeva un percorso ispirato all’esperienza catecumenale – diverse comunità hanno scelto di unire in un unico cammino la preparazione alla Cresima e alla Prima Comunione, celebrando i due sacramenti contemporaneamente e coinvolgendo i genitori nel percorso. Questa scelta, accolta con l’intenzione di rinnovare la pastorale e di rendere più organico il cammino dei ragazzi, ha portato molte parrocchie a sperimentare un modello nuovo, nel quale Spirito Santo ed Eucaristia non vengono più vissuti come tappe distinte, ma come momenti di un’unica storia di fede. Tuttavia, l’esperienza concreta in molte parrocchie restituisce un quadro più complesso. Da molti riscontri emerge una criticità ricorrente: la superficialità dei contenuti. Unire due sacramenti così diversi, con linguaggi e significati propri, rischia di ridurre il tempo necessario per comprenderli davvero. I catechisti raccontano la fatica di spiegare in pochi anni ciò che richiederebbe un cammino più lento, graduale, capace di accompagnare i ragazzi nella maturazione della fede. Un limite evidente riguarda la maturazione dei ragazzi.

La Cresima, vissuta troppo presto, rischia di diventare un gesto formale, più che un passo consapevole. Non sorprende, quindi, che molti ragazzi, dopo aver ricevuto entrambi i sacramenti, si allontanino rapidamente dalla comunità: non hanno avuto il tempo di interiorizzare ciò che stavano vivendo. Inoltre, in molti casi, l’anno mistagogico non viene progettato con un percorso lineare, ma resta una fase poco strutturata, affidata alla buona volontà dei catechisti e priva di una visione educativa chiara. Questo genera discontinuità, confusione e una preparazione non omogenea, che pesa sia sui ragazzi sia sugli educatori. Alcuni catechisti notano la difficoltà di costruire un vero accompagnamento umano e spirituale anche con la presenza delle famiglie. Si vive spesso la sensazione di “correre”, di dover incastrare contenuti e attività senza poter ascoltare davvero i ragazzi, senza poter creare relazioni significative, senza poter educare alla vita cristiana con la profondità necessaria. In questo scenario, il percorso dell’Azione Cattolica dei Ragazzi rappresenta una risorsa preziosa. L’ACR è infatti un cammino di vita cristiana, non un semplice gruppo ricreativo. Qui i sacramenti non sono “obiettivi da raggiungere”, ma tappe di crescita, momenti in cui la vita si apre alla presenza di Gesù. La metodologia ACR – esperienza, Parola, gioco, servizio, preghiera – crea un ponte naturale con i sacramenti: la Cresima diventa coraggio, missione, responsabilità; l’Eucaristia diventa convivialità, ascolto, dono. L’ACR non prepara semplicemente ai sacramenti: educa a viverli nella vita quotidiana.
Una delle criticità del percorso unificato è la dispersione immediata dei ragazzi. L’ACR, invece, offre continuità, perché propone un cammino che prosegue negli anni, accompagnando i ragazzi nella preadolescenza e poi nell’Azione Cattolica Giovani. È questa continuità che permette ai sacramenti di diventare vita, e non solo ricordi. Il percorso ACR non sostituisce la catechesi sacramentale, ma la integra. Gli educatori ACR aiutano i ragazzi a vivere ciò che apprendono in catechesi, rendendo la fede concreta, gioiosa, quotidiana. Per i catechisti significa non essere soli, ma far parte di una comunità educativa che accompagna i ragazzi con linguaggi e stili condivisi, sostenuta anche da sussidi e testi pensati per ogni fascia d’età. Il percorso Cresima-Comunione insieme presenta luci e ombre. Può offrire una struttura più semplice, ma rischia di indebolire la profondità dell’esperienza sacramentale. L’ACR, invece, restituisce ai sacramenti il loro respiro: li inserisce in un cammino più ampio, fatto di relazioni, appartenenza e missione. La domanda decisiva resta: vogliamo ragazzi che “fanno i sacramenti” o giovani che crescono nella fede?
Enza Luppino
Presidente diocesana Azione cattolica