LA RIFLESSIONE. Dal convegno di Pastorale giovanile: «Torniamo a casa per muoverci, avvicinarci ai giovani»

Giugno 6, 2026

«Va’ e accostati»: poche parole, eppure capaci di mettere in discussione molto. È attorno a questo mandato — quello che lo Spirito rivolge a Filippo in Atti 8,29 — che il Servizio nazionale per la Pastorale giovanile della CEI ha costruito il XXIX Convegno nazionale, svoltosi a Brindisi dal 31 maggio al 2 giugno. Insieme a Benedetta Bianco, animatore di comunità del “Progetto Policoro” a livello diocesano, ho vissuto questi tre giorni intensi. Arrivare a Brindisi e trovarsi insieme a centinaia di incaricati diocesani, membri delle loro equipe, responsabili di associazioni e movimenti, sacerdoti e laici da tutta Italia è già di per sé un’esperienza che vale la pena raccontare. Il confronto con chi vive le stesse responsabilità in contesti uguali o talvolta molto diversi dal nostro restituisce una prospettiva che il lavoro ordinario nella propria diocesi difficilmente consente. Nei tavoli di lavoro, nei momenti informali, nelle conversazioni a margine degli interventi, si è tessuta quella rete di relazioni e di scambio che è forse il frutto più concreto di un convegno nazionale. Si impara molto dai relatori, ma si impara altrettanto — e a volte di più — da chi è seduto al tavolo accanto a noi e sta cercando di rispondere alle stesse domande.

Il convegno si è aperto con quello che il programma chiamava “Il grido dei giovani”. La professoressa Paola Bignardi dell’Istituto Toniolo ha offerto una lettura del contesto giovanile pugliese che però rispecchiava dinamiche molto più generali: una generazione segnata da ansia, solitudine e da quella che lei ha definito «la paura di non essere abbastanza». Non è una novità per chi lavora in pastorale, ma sentirla descritta con rigore sociologico aiuta a non abituarsi, a non trattarla come sfondo fisso. È il punto di partenza necessario: capire chi abbiamo davanti prima di decidere cosa dire.

A dare la cornice spirituale a tutto è stata la lectio biblica di Sabino Chialà, priore della Comunità di Bose, sull’incontro tra Filippo e l’eunuco etiope. Filippo non incontra l’eunuco in un luogo di culto o in una comunità organizzata: lo incontra «nel deserto», lungo una strada che scende da Gerusalemme verso Gaza, che la Scrittura stessa definisce «solitaria». Dio compie la sua opera nei luoghi improbabili, nelle situazioni inattese, nelle persone che nessuno si aspettava. Quella pozza d’acqua trovata quasi per caso nel mezzo del nulla non è un incidente del racconto: è la grammatica con cui Dio lavora. Nessuno è perduto se qualcuno lo ama abbastanza da avvicinarsi.

Ma c’è un aspetto di questo racconto che la lectio ha messo in luce con particolare forza, e che credo sia il cuore teologico dell’intero convegno: la relazione tra Filippo e l’eunuco non è a senso unico. Non è Filippo che porta la fede a qualcuno che non sa nulla. È l’eunuco che già legge Isaia. È lui che pone la domanda decisiva che apre la porta all’annuncio. E quando scendono nell’acqua e ne escono insieme, quella scena non descrive un evangelizzatore e un convertito: descrive due persone che si sono lasciate cambiare dall’incontro. Questa è la pastorale giovanile che vale la pena portare avanti, a tutti i livelli: non una trasmissione dall’alto verso il basso, ma un incontro reale, in cui anche chi accompagna viene trasformato.

Alla riflessione biblica si è intrecciato, nella sera del primo giorno, il monologo “Croce e fisarmonica” di Enrico Messina sulla figura di don Tonino Bello. Un richiamo non retorico, nella terra che lo ha visto camminare: la Chiesa come comunità capace di stare accanto alla fragilità senza fuggirne. Il giorno seguente, nel pomeriggio, il convegno si è spostato fisicamente a Bari, per itinerari di evangelizzazione nei luoghi simbolo della città. La veglia di preghiera nella Basilica di San Nicola, guidata dal Vescovo di Bari, aveva come filo conduttore la pace e il mare: il titolo scelto era “Prendi il largo”. Bari non è un’ambientazione casuale — è una città che per vocazione storica e geografica guarda ad Est e ad Ovest, porto di incontro tra mondi diversi. E “prendi il largo” dice esattamente il contrario di una pastorale che si barrica in porto: chiede di uscire, di esporsi, di non aspettare che qualcuno bussi.

Uno degli interventi che più hanno fatto discutere è stata la presentazione della ricerca “The Open Generation”, condotta dal Barna Group su quasi 25.000 teenager di 26 Paesi e illustrata da Roberta Carta di Alpha. I dati rovesciano una narrazione a cui ci siamo forse troppo abituati. La cosiddetta generazione Z non è quella massa di disincantati e lontani dal sacro che spesso descriviamo: è una generazione aperta, in ricerca, meno distante dal Vangelo di quanto pensiamo. Sono una generazione aperta: in ricerca, affamata di senso, capace di meravigliarsi. Carta ha chiuso il suo intervento con una frase che vale la pena portare a casa: «Dio sta preparando una grande primavera cristiana di cui già si intravede l’inizio». Sono dati empirici, non ottimismo. E interrogano direttamente la qualità del nostro annuncio: se i giovani sono più aperti di quanto crediamo, il problema non è solo loro dunque; tutto sta nel saper intercettare il binario sul quale si muovono. Proprio come l’eunuco etiope i nostri giovani cercano, si interrogano, leggono nelle pagine storia e della propria vita un Dio che magari non capiscono e che ha solo bisogno di essere annunciato da chi lo ha già incontrato.

A questa lettura si è aggiunto un richiamo venuto dalle parole di Papa Leone XIV, che ha indicato uno stile preciso nel rapporto con le nuove generazioni: stare di fronte alle loro domande senza addomesticarle. La tentazione di correggere la domanda prima ancora di ascoltarla è reale e difficile da smascherare, perché spesso nasce da buone intenzioni. Ma i ragazzi se ne accorgono, e quando ciò accade smettono di fare domande. Filippo non corregge l’eunuco, non lo incalza da subito ma semplicemente si mettere in ascolto e gli chiede «Capisci quello che stai leggendo?» e poi rispettoso dell’altro aspetta la sua risposta. È da lì che comincia tutto.

A chiudere i lavori sono state le parole di don Riccardo Pincerato, responsabile del Servizio nazionale per la Pastorale giovanile, che ha affrontato direttamente il rischio maggiore per chi lavora in questo campo: trasformare la pastorale in ingegneria, misurare il successo in termini di numeri e di presenze. La misura vera, ha detto, è la santità. E la santità — questa è la provocazione più bella che mi porto a casa — non si ricerca per guadagnarsi qualcosa. Non si diventa santi per essere amati. Ci si apre alla santità perché si è già amati. La gratuità viene prima. L’amore di Dio non è il premio alla fine del percorso: è il punto di partenza. Nessuno si salva da solo. L’eunuco non avrebbe incontrato il Vangelo senza Filippo. Filippo non avrebbe incontrato quella domanda di Dio senza l’eunuco. La salvezza è relazionale nella sua struttura più profonda, e questo non è un dettaglio marginale: è la ragione per cui la pastorale giovanile non si può ridurre a una serie di servizi ben organizzati o eventi. È una rete di relazioni in cui lo Spirito circola.

I giovani non si allontanano dalla bellezza di un rito o dalla profondità di una preghiera, dalle tradizioni portate avanti: si allontanano solo quando dietro a quelle forme non trovano nessuno disposto a incontrarli davvero, a camminare con loro, a prendere sul serio le loro domande anche se scomode. Filippo non ha semplificato il Vangelo per renderlo più digeribile all’eunuco: gli è andato incontro, e l’eunuco ha chiesto lui stesso di essere battezzato. Torniamo a casa non con ricette pronte. Torniamo con un mandato rinnovato: muoversi, avvicinarsi, scendere nell’acqua. La strada verso Gaza è ancora davanti a noi. E lungo quella strada, qualcuno sta leggendo Isaia e aspetta che chi gli si avvicini per chiedergli: «Capisci quello che stai leggendo?».

Samuele Arsena
Condirettore del Servizio diocesano di Pastorale giovanile

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