SAN GIOVANNI BOSCO. «La santa messa in quella chiesa per me vera casa dell’anima…»

Febbraio 5, 2026

Ancora una volta ho partecipato alla festa di Don Bosco, celebrata il 31 gennaio scorso in quella chiesa (Maria Ss. Ausiliatrice di Marsala, ndr) che per me non è solo un luogo di culto, ma una vera casa dell’anima. È lì che mossi i primi passi da bambino e dove, senza quasi accorgermene, sono diventato uomo. Quella navata ha accompagnato stagioni diverse della mia vita e, ogni anno, nella ricorrenza del santo dei giovani, qualcosa torna a vibrare con la stessa intensità. Le mura di questa Casa della Divina Provvidenza parlano di affetti custoditi, di educazione silenziosa, di relazioni costruite giorno dopo giorno. Raccontano una storia fatta di gesti semplici, di presenze discrete, di ricordi buoni che non fanno rumore ma restano. Non è nostalgia, ma riconoscenza: la consapevolezza che certi luoghi continuano a formarti anche quando pensi di esserne solo un passante.

Qui si è imparato a stare insieme prima ancora che a stare al mondo. Qui si è imparato che crescere non significa soltanto andare avanti, ma saper custodire una promessa, una relazione, una responsabilità. È una pedagogia che non alza la voce, non umilia, non impone, ma accompagna. E forse proprio per questo resta nel tempo e continua a parlare anche alle generazioni che cambiano. La celebrazione di quest’anno ha assunto un significato particolare grazie alle parole del Vescovo, monsignor Angelo Giurdanella, che ha presieduto l’Eucaristia. Il suo intervento, semplice e diretto, ha offerto un messaggio chiaro e attuale: far avanzare le forze del bene, senza paura e senza stanchezza. Non come gesto eroico o straordinario, ma come esercizio quotidiano, concreto, possibile.

Il Vescovo ha ricordato che il bene non fa rumore, ma lavora in profondità; e che il male, per quanto possa apparire aggressivo o dominante, alla lunga non regge: si consuma, si indebolisce, si arrende. La pace può prevalere sulla violenza non per ingenuità, ma per tenacia; non perché il mondo sia improvvisamente diventato migliore, ma perché qualcuno continua, ostinatamente, a crederci e a praticarla. In questo orizzonte si inserisce con forza anche l’insegnamento di Don Bosco: la gioia autentica, quella non superficiale né effimera, può ancora vincere sulla disperazione. Una gioia sobria e concreta, fatta di relazioni sane, di fiducia seminata, di futuro affidato ai giovani. Non come slogan o retorica, ma come scelta quotidiana e responsabile. Non come ricordo del passato, ma come impegno che continua nel presente.

Particolarmente significativa è stata la comunanza vissuta tra giovani e anziani, percepibile sia durante la celebrazione liturgica sia nei momenti conviviali successivi. Una sintonia autentica che ha dato corpo al carisma di San Giovanni Bosco, che aveva immaginato e voluto una comunità capace di educare in modo permanente, dove non solo i giovani ricevono dagli adulti, ma anche chi è più avanti negli anni sa lasciarsi interrogare e arricchire dalla freschezza e dalla spontaneità dei giovani. In quella serata questa visione si è resa visibile, concreta, vissuta. E il Vescovo ne è stato parte pienamente coinvolta e, al tempo stesso, coinvolgente, testimone di una Chiesa che non si limita a ricordare, ma che continua a credere nella forza educativa del bene, nella gioia come responsabilità e nella speranza come scelta.

Una celebrazione, dunque, che non si è esaurita nel rito, ma che ha rinnovato un messaggio semplice e necessario: il bene va praticato, ogni giorno, con discrezione e fedeltà. È così che continua a crescere, come insegnava Don Bosco, nelle persone e nelle comunità.

Diego Maggio

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