Monsignor Derio Olivero, originario di Cuneo, dal 2017 è Vescovo di Pinerolo e ricopre l’incarico di presidente della Commissione episcopale per l’ecumenismo e il dialogo della Conferenza Episcopale Italiana.
Una delle criticità che sta vivendo la Chiesa è quella del dialogo e dell’identità in questo mondo complesso. Quali soluzioni?
«Diciamo che la Chiesa ha fatto grandi passi perché questo è lo spirito del Vaticano II, lo spirito di stare nel mondo, “Chiesa nel mondo contemporaneo” è un documento importante del Vaticano II, quindi il grosso problema di questi anni è stato quello di trovare la formula, la modalità e anche la forma mentale, ossia come posizionarci nello spazio pubblico. È questa la grande questione di coloro che in qualche modo possedevano lo spazio pubblico e coloro che ci entrano dentro come uno dei soggetti. Quindi questo, credo, che ci deve dare uno stimolo a stare con molta umiltà e con la voglia di imparare. Non si sta nello spazio pubblico semplicemente per insegnare ma, innanzitutto, per imparare e realmente dialogare. Perchè solo se si dà fiducia all’altro al punto da ritenerlo degno di insegnarmi qualcosa, posso veramente essere un uomo e una donna di dialogo, un credente in dialogo».

Le parrocchie si svuotano sempre di più di fedeli. Come poter riavvicinare i cristiani alla preghiera?
«Una gran bella domanda. Certo siamo in un’epoca in cui immediatamente Dio è percepito come una cosa inutile. Non è attraente. Io credo che dobbiamo lavorare molto sulla bellezza di Dio o sulla bellezza del cristianesimo, che non vuol dire che bisogna dimostrare la bellezza di Dio, ma quale fascino sta dietro il cristianesimo. Si potrebbe dire che oggi non il vero, non il buono ma solo il bello attrae, se vogliamo dirlo a slogan. Oggi non basta insistere sulla verità. Bisogna raccontare l’aspetto affascinante, l’aspetto che dona luce all’umano e dobbiamo lavorare molto. Questo è sicuramente uno dei motivi per cui registriamo l’allontanamento dei fedeli e stiamo faticando su questo. Poi c’è un altro aspetto. Lavorare molto sulla parte culturale, che non vuol dire sulla parte accademica. La parte culturale significa tradurre in formule nuove cosa vuol dire il cristianesimo per il nostro stare al mondo, cioè per il nostro soffrire, per il nostro gioire, per il nostro lavorare, per il nostro fare famiglia, l’amicizia. Non cosa moralmente ci insegna il cristianesimo ma che cosa ci regala come aiuto per il nostro stare al mondo».
I cristiani possono dire ancora una parola su ambiente, politica e altri temi che non riguardano strettamente il cristianesimo?
«Io credo che il cristianesimo ha una grossa luce su questi temi molto pubblici. L’importante è che non si esca, innanzitutto, in modo morale. Cioè in modo morale inteso male, come, a esempio, essere chi bacchetta e dà dritte. Bisogna, invece, essere come coloro che illuminano. Dobbiamo imparare. Il teologo Pierangelo Sequeri nel mettere a fuoco la crisi del cristianesimo faceva riferimento a tre parole: tanta morale, poca relazione, zero cultura. Ecco bisogna invertire questa tendenza».
Max Firreri
