Ci sono date che non passano. Restano lì, come una ferita che il tempo non cancella, ma trasfigura. Quella del 1° maggio 1964 è una di queste. Sessantadue anni fa, nelle acque dello Stagnone di Marsala, si consumò una tragedia che segnò per sempre quindici depauperate famiglie e tutta la nostra comunità: diciassette giovani vite spezzate: quattordici collegiali (di cui due coppie di fratelli), due oratoriani poco più grandi d’età, e un giovane chierico salesiano, don Sagona, che era anche il mio maestro di quella quarta elementare. Io ero uno di loro, non avevo ancora neanche dieci anni. Frequentavo i Salesiani sin dall’asilo, con quel grembiulino che ancora oggi mi riporta a una stagione di innocenza e di fiducia. Mio padre mi aveva sempre affidato a loro per escursioni e viaggi. Ma quella volta disse no. «Tu non ci vai. A mare non ci sono né taverne né giummare». Non ci sono, cioè, né rifugi né appigli. Fu una premonizione. E fu la ragione per cui non ero su quella barca che si rovesciò, capottando in un tratto di mare che ancora oggi lascia sgomenti: un canale navigabile profondo poco più di due metri, mentre ai lati l’acqua arriva appena al ginocchio.
Quel giorno io rimasi a terra. E persi quattro compagni di classe. Persi amici. Persi traumaticamente una parte della mia infanzia. Da allora, questi sessantadue anni hanno lavorato in silenzio, come spesso accade, per far vincere l’oblio. Ma non sempre l’oblio è giusto. Non sempre è umano. Non sempre è cristiano. Per questo, noi dell’Unione Ex Allievi della Casa “Divina Provvidenza” (quella che considero la mia seconda casa — anzi, la casa del cuore, mai abbandonata dal 1958) abbiamo scelto una strada diversa: custodire la memoria. Li abbiamo chiamati, e li chiamiamo ancora, i nostri diciassette angeli. Non è solo un modo di dire. È una convinzione maturata nel tempo. Quei ragazzi — quei bambini — non appartengono soltanto al dolore delle loro famiglie, ma alla coscienza viva di una intera comunità. E, in qualche modo misterioso, continuano a vegliare su questa Casa salesiana, proteggendola anche nei momenti più difficili, quando crisi vocazionali ed economiche avrebbero potuto determinarne la chiusura.
Nel 2014, per il cinquantesimo anniversario, e poi nel 2024, per il sessantesimo, abbiamo voluto che i familiari tornassero qui. Non per riaprire ferite, ma per attraversarle insieme. Hanno rivisto i luoghi, respirato gli stessi spazi, cercato con gli occhi tracce di una presenza che non si è mai davvero spenta. Da questi incontri è nata qualcosa di inatteso: una forma di riconciliazione. Una parola profondamente cristiana. Ma anche profondamente umana. Una riconciliazione con la vita, con la memoria, con Dio.
Negli anni, attraverso contatti diretti e anche grazie agli strumenti di oggi, abbiamo ricostruito legami. È nato un gruppo interfamiliare che continua a tenersi unito, a parlarsi, a sostenersi. Proprio in questi giorni si è riaperto un filo commovente. Attraverso i social della Diocesi (e per il tramite di Max Firreri che cura la comunicazione della Diocesi), sono entrato in contatto con la moglie di uno dei sopravvissuti, Giovanni Ingarra, mio coetaneo, oggi a Toronto, dove combatte con grande dignità una malattia grave. Aveva bisogno di ritrovare una voce, un volto, un nome di quel tempo. Non cercava spiegazioni, ma prossimità. Abbiamo subito riannodato i fili. Lo abbiamo rimesso in contatto con Carlo, uno dei sopravvissuti. A distanza di sessantadue anni, il bisogno è ancora quello: non essere soli. Ecco perché la memoria non è un esercizio del passato. È un atto presente. È una responsabilità.
Abbiamo voluto che questa tragedia restasse iscritta nella coscienza della città. Lo abbiamo fatto ottenendo l’intitolazione del piazzale sul lungomare dello Stagnone, in contrada Spagnola, proprio di fronte al luogo della tragedia. E lo abbiamo fatto promuovendo una delibera che istituisce il 1° maggio come Giornata marsalese della memoria. Non per contrapporci ad altre celebrazioni, ma per dare a questa data anche il volto dei nostri ragazzi. Quest’anno ho chiesto al parroco della chiesa di Maria Ausiliatrice che la Santa Messa pomeridiana del primo maggio sia dedicata ai nostri diciassette angeli. Se il Signore vorrà concedermelo, nonostante le mie sofferenze, io sarò lì. Perché la memoria, quando è autentica, non è mai un peso. È semmai una maniera di fedeltà. E, in fondo, una forma di speranza.
Diego Maggio per Condividere
