IL RACCONTO. Tra le corsie dell’ospedale: una presenza, una speranza

Febbraio 22, 2026

«Ero malato e mi avete visitato» (Mt 25,36). Questa parola del Vangelo accompagna ogni mio passo nelle corsie dell’ospedale “Vittorio Emanuele III” di Salemi e dà senso al servizio che svolgo come cappellano del presidio ospedaliero. Essere cappellano significa camminare ogni giorno su una soglia delicata: quella che separa la fragilità dalla speranza, la paura dall’affidamento, il silenzio dal bisogno di una parola. Le corsie non sono semplici luoghi di cura ma spazi di vita intensa, dove si intrecciano storie, lacrime, attese e, talvolta, anche sorrisi inattesi. Il servizio mi porta a incontrare persone diverse per età, provenienza, vissuto e religione, ma accomunate da una stessa realtà: la malattia, che mette a nudo ciò che siamo davvero. Come ricorda il salmo: «Il Signore è vicino a chi ha il cuore ferito» (Sal 34,19). In ospedale cadono molte maschere. Qui emergono domande profonde, talvolta gridate, talvolta sussurrate: perché proprio a me? Quanto tempo mi resta? Dio dov’è?

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L’esperienza nell’hospice

Tra i luoghi più intensi del mio ministero c’è senza dubbio l’hospice, luogo per i malati terminali. Un reparto particolare, spesso frainteso, ma in realtà profondamente umano. Qui la cura non è solo terapia, ma accompagnamento; non è solo intervento sanitario, ma attenzione alla persona nella sua totalità: corpo, relazioni, umanità e spiritualità. Purtroppo, nel periodo della pandemia Covid, questo reparto è stato spostato e ridotto da 10 a 4 stanze. Una riduzione dolorosa, che ha lasciato un segno profondo in tutto il personale sanitario. Da quel periodo fino ad adesso il reparto ha continuato a ospitare soltanto quattro degenti in una situazione di grande difficoltà organizzativa ed emotiva. Visitare i pazienti dell’hospice significa entrare in stanze cariche di silenzio, un silenzio che parla di isolamento, di limitazioni, di una sofferenza resa ancora più pesante, avvolta dalla distanza forzata dagli affetti. In quei momenti tornano alla mente le parole di Gesù: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro» (Mt 11,28). Eppure, anche lì, non è mai mancata la possibilità di una carezza, di una preghiera condivisa, di uno sguardo che dice: non sei solo.

La riapertura: segno di speranza

Dopo non poche difficoltà, finalmente, a marzo 2026 l’hospice tornerá a funzionare pienamente, passando nuovamente da quattro a dieci posti letto. Una notizia accolta con grande sollievo e gratitudine, restituendo al territorio, non solo di Salemi, ma a tutti i malati un servizio essenziale, che è prima di tutto un servizio alla dignità. L’hospice rappresenta un vero fiore all’occhiello della nostra provincia di Trapani e della nostra realtà ospedaliera. Non solo per la struttura in sé, ma soprattutto per la qualità umana e professionale che lo caratterizza. Il personale sanitario e assistenziale svolge il proprio lavoro con grande attenzione, competenza e sensibilità, ed è giustamente stimato da pazienti e familiari. Riaprire e potenziare l’hospice non significa soltanto aumentare i posti letto, ma riaffermare una visione della cura che mette al centro la persona, anche quando la guarigione non è più possibile. È la logica evangelica del prendersi cura, perché «l’amore non avrà mai fine» (1Cor 13,8).

Una presenza che accompagna

Il mio compito, nelle corsie dell’ospedale e nell’hospice non è quello di dare risposte facili, ma condividere il cammino. Il servizio che svolgo è, prima di tutto, un accompagnamento spirituale: camminare accanto alle persone nel tempo della prova, rispettando i loro tempi, le loro domande, il loro silenzio. Spesso risuona nel cuore la promessa del Signore: «Io sono con voi tutti i giorni» (Mt 28,20). A volte basta stare, ascoltare, pregare insieme o semplicemente tenere una mano. In quei momenti si comprende che la fede non elimina il dolore, ma lo attraversa; non toglie la paura, ma la rende abitabile. Tutto l’ospedale resta per me un luogo sacro, dove la sofferenza e la speranza convivono. Ed è proprio lì, nella fragilità estrema, che continuo a riconoscere il valore immenso di ogni persona e il senso profondo del mio servizio.

Davide Caravà
diacono permanente e cappellano ospedale Salemi

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