Le lancette dell’orologio segnavano un’ora insolita, quasi rubata alla notte: le 4 del mattino del 25 aprile 2025. Uno sbadiglio ancora assonnato, un rapido controllo allo zaino fedele compagno di mille avventure, e poi via. Il cuore batteva un ritmo strano, un mix di eccitazione intensa e un leggero senso di confusione. I giorni precedenti erano stati un turbine di emozioni contrastanti. L’attesa si era mescolata a una sottile inquietudine, una paura indefinita dell’ignoto che ogni nuova partenza porta con sé. C’era la gioia contagiosa dei preparativi, le chiacchiere animate con gli altri compagni di viaggio, la cura nel piegare ogni indumento nello zaino, quasi fosse un rito propiziatorio. Si insinuava un timore sordo, la consapevolezza di lasciare la familiarità e di mettersi alla prova ancora una volta. Ora quella paura sembrava stemperarsi, lo zaino sulle spalle era un peso familiare, rassicurante. Ogni passo, seppur ancora incerto nel sonno residuo, era una dichiarazione di intenti: l’avventura chiamava, e l’anima scout era pronta a rispondere.
Salire su quel treno, con lo zaino in spalla e il cuore che batteva un ritmo nuovo, è stata un’emozione splendida. La prima volta. Un’emozione che si mescolava insieme a quella dei miei compagni di viaggio, visi illuminati dalla prospettiva dell’avventura romana. Dodici ore. Un tempo lungo, denso di chiacchiere, sguardi curiosi fuori dal finestrino che vedeva scorrere paesaggi nuovi e la condivisione silenziosa dell’attesa. Poi, c’è stato il momento sul traghetto. L’aria salmastra che scompigliava i capelli, il rollio leggero sotto i piedi, il cielo immenso che si fondeva con il mare. Un’altra “prima volta” impressa nella memoria, un assaggio di viaggio che rendeva l’arrivo ancora più carico di significato. Ogni chilometro percorso sui binari, ogni onda superata sul traghetto, ci avvicinava a Roma meta del nostro giubileo scout. Roma, la città eterna, Caput Mundi. Eravamo un piccolo esercito di zaini in spalla, animati dalla stessa fiamma, pronti a immergerci nel cuore pulsante di un evento così speciale. Il nostro pellegrinaggio era quasi giunto al suo culmine, e l’emozione, ora, si faceva ancora più intensa. Il buio stava già avvolgendo la città quando il treno ha finalmente rallentato, un sospiro metallico che annunciava l’arrivo. Erano circa le sette e trenta, l’aria tiepida portava con sé un profumo nuovo. La stanchezza si faceva sentire nelle gambe indolenzite dalle lunghe ore di viaggio, Nei nostri occhi c’era una scintilla nuova, una gioia incontenibile. Abbiamo percorso alcuni chilometri a piedi per arrivare al nostro alloggio, ma nessuno si è lamentato.
Ogni passo, seppur pesante, era animato dalla consapevolezza di essere lì, nel cuore di Roma, alle porte della nostra avventura giubilare. Il sonno ci ha accolto subito, un abbraccio ristoratore dopo la lunga giornata di viaggio. Ma le prime luci del 26 aprile hanno scacciato via ogni residuo di stanchezza, lasciando spazio a tanto entusiasmo. La colazione è stata rapida. Poi, ancora una volta, zaino in spalla, pronti ad ammirare Roma. La meta iniziale era il Colosseo. Imponente, maestoso, un gigante di pietra che ha sussurrato storie di gladiatori e imperatori. Un’emozione così intensa da togliermi il fiato, quasi stessi toccando con mano un pezzo di storia, qualcosa di mai provato prima. La fiamma scout, la nostra guida, ci ha condotto poi verso il Vittoriano, un monumento di una bellezza che quasi accecava, che mi faceva sentire piccolo per la sua grandezza.
Il nostro cammino è proseguito, un susseguirsi di meraviglie: il Pantheon, con la sua cupola che sembrava un occhio aperto sul cielo, e la quiete della chiesa di Sant’Agnese in Agone, un’oasi di pace nel cuore della città. Piazza Cavour è stata la tappa per un momento di pausa prima di immergerci nella vivace atmosfera di una piazza gremita di scout provenienti da ogni angolo d’Italia. Lì, tra sorrisi e dialetti diversi, abbiamo condiviso la gioia dei giochi, un’esperienza di fratellanza che ha scaldato il cuore. Il pomeriggio ci ha condotto a piazza del Popolo, un altro palcoscenico di allegria e competizione amichevole con un altro gruppo scout. La spesa per la cena e poi la discesa nelle viscere della città con la metro, un modo rapido per tornare al nostro rifugio temporaneo.
La cena, consumata con l’appetito di chi ha camminato chilometri, ha preceduto un sonno profondo e meritato. La sveglia del 27 aprile ha suonato alle cinque del mattino. La metro, ancora una volta, ci ha trasportato verso la meta più sacra: San Pietro. La partecipazione alla messa è stata un momento di raccoglimento intenso, un’esperienza che ha toccato le corde più profonde dell’anima. Poi, l’attraversamento della Porta Santa. Un varco simbolico, un confine tra il profano e il sacro, un’emozione che ha mescolato arte e fede. Il pranzo è stata una pausa allegra e sociale, seguito da un ritorno a piazza Cavour, trasformata per noi in un campo di giochi improvvisato. Un’ulteriore dose di spensieratezza prima di dirigerci verso la Fontana di Trevi era uno spettacolo meraviglioso di statue e acqua che ci ha lasciati a bocca aperta. Piazza di Spagna, con la sua scalinata monumentale, è stata l’ultima cartolina di quella mattinata intensa.
Il ritorno all’alloggio, la serata dedicata a noi ragazzi. Risate, chiacchiere, scherzi, l’energia giovanile che non si spegneva, nell’attesa febbrile del gioco notturno preparato con cura dal nostro clan. L’indovinello iniziale, la sfida contro un capo, la prova di abilità con i nodi, la buffa impresa delle dodici magliette indossate dalla nostra compagna, la decifrazione del codice. L’attesa per la classifica era carica di emozione, e quando abbiamo scoperto che la nostra squadriglia aveva vinto, eravamo molto felici. Poi, il silenzio della notte. Il sonno che arrivava, portando con sé una punta di tristezza. La consapevolezza, sottile ma inequivocabile, che quella magnifica esperienza, quel sogno romano vissuto intensamente, stava volgendo al termine. Il 28 aprile si è aperto con la familiare fretta mattutina, resa più intensa dalla consapevolezza che segnava la fine di un’esperienza straordinaria: il ritorno dal Giubileo degli adolescenti. La metropolitana, solitamente anonima, quel giorno risuonava ancora delle eco delle risate e delle condivisioni dei giorni precedenti. Arrivati in stazione, l’attesa del treno si è trasformata in un ultimo, spontaneo ritrovo. Saliti a bordo, il vagone si è animato del profumo di brioche e di una allegra colazione condivisa. Quei semplici gesti, uniti ai giochi e alle chiacchiere, hanno creato un’atmosfera sospesa tra la gioia dei ricordi freschi e la malinconia della conclusione. Dentro di me, un contrasto di sentimenti si faceva sentire nitido. Un senso di vuoto, la consapevolezza che quella magia irripetibile stava per dissolversi nella quotidianità. Nonostante una leggera ombra di tristezza, il mio cuore veniva travolto da una gioia intensa e continua.
Ricordare quei momenti, le emozioni che abbiamo provato insieme, la spensieratezza e l’importanza di quell’esperienza mi scaldava dentro in un modo difficile da spiegare. È stata davvero l’esperienza più intensa, emozionante e divertente che io abbia mai vissuto. Qualcosa di unico, un crocevia di incontri, riflessioni e gioie che hanno lasciato un segno indelebile. E proprio questa unicità rende ancora più forte la consapevolezza che non potrò mai rivivere esattamente le stesse dinamiche, le stesse sensazioni, lo stesso irripetibile insieme di circostanze. Ma forse è proprio questa irripetibilità a conferire a quei giorni un valore ancora maggiore, trasformandoli in un tesoro prezioso da custodire nel profondo del cuore.
Ginevra Armata per Condividere
(Squadriglia Aquile, reparto San Giorgio, gruppo Agesci Salemi 1)