DAL GIORNALE. Il Triduo pasquale, una presenza, una speranza

Aprile 4, 2026

Il Triduo pasquale può essere compreso come un unico e grande mistero, disteso nel tempo come un’unica notte attraversata dalla luce, che si dispiega nell’arco di tre giorni, durante i quali la Chiesa fa memoria della passione, morte e risurrezione del Signore. La celebrazione serale del Giovedì Santo costituisce una sorta di “prologo sacramentale” che introduce al Triduo, il quale abbraccia pienamente il venerdì, il sabato e la domenica. Nell’orazione colletta del Venerdì Santo si afferma infatti che Cristo «inaugurò con il suo sangue il mistero pasquale». Si può dunque dire che, mentre il Triduo presenta il mistero pasquale nella sua concretezza storica, la liturgia vespertina del Giovedì Santo ne esprime in modo particolare la dimensione rituale e sacramentale, rendendo presente l’unico mistero della Pasqua. In questa prospettiva, il Giovedì Santo si collega profondamente al Triduo, che rappresenta la celebrazione stessa della Pasqua del Signore distribuita nei tre giorni. Ciascun giorno è intimamente legato agli altri e rimanda a essi, formando un’unità dinamica. Il fulcro di questo percorso è la Veglia Pasquale, culmine dell’intero Triduo, nella quale la celebrazione eucaristica manifesta in pienezza il mistero pasquale.

La messa vespertina “in Coena Domini” si caratterizza per il suo tono festivo, unitario e comunitario. In essa si commemorano in modo particolare l’istituzione dell’Eucaristia e del sacerdozio ministeriale, insieme al comandamento dell’amore fraterno affidato dal Signore. Il sacerdozio e la carità rappresentano infatti elementi essenziali e irrinunciabili di ogni celebrazione eucaristica. Attraverso il rito eucaristico, Cristo ci ha donato la sua Pasqua, che richiede da parte nostra un impegno concreto nel servizio e nella carità reciproca. È la soglia del mistero, dove l’amore prende forma e si fa pane spezzato per la vita del mondo. Il Venerdì Santo, primo giorno del Triduo, non è vissuto dalla Chiesa come un funerale, ma come la celebrazione della morte vittoriosa del Signore, una morte che, come un seme nascosto nella terra, già custodisce in sé la promessa della vita, primo momento del mistero pasquale. Questo aspetto è sottolineato anche dalla riforma del Concilio Vaticano II, che ha sostituito i paramenti neri con quelli rossi.

Le letture bibliche della liturgia mettono in luce l’efficacia salvifica della morte gloriosa di Cristo, mentre il rito dell’ostensione e dell’adorazione della croce richiama, fin dall’antifona iniziale, che «dal legno della croce è venuta la gioia in tutto il mondo» perché quel legno, innalzato tra cielo e terra, diventa il nuovo albero della vita. Le preghiere liturgiche collegano costantemente il mistero della croce gloriosa alla vita dei credenti. Il Sabato Santo, secondo giorno del Triduo, è dedicato al Cristo nel sepolcro e alla sua discesa agli inferi. È un giorno senza una liturgia propria, fatta eccezione per la Liturgia delle Ore. In questa giornata la Chiesa prolunga l’atteggiamento delle pie donne che, dopo la sepoltura di Gesù, rimasero in attesa «sedute di fronte alla tomba» (Mt 27,61) nel silenzio di un’attesa che sembra vuota, ma è già gravida di compimento. La Domenica di Pasqua, terzo giorno del Triduo, trova la sua prima espressione nella Veglia pasquale. In questa notte la Chiesa veglia nell’attesa della risurrezione del Signore e la celebra nei sacramenti. Agostino d’Ippona la definiva «la madre di tutte le sante veglie».

Il simbolismo centrale di questa celebrazione è quello di una notte illuminata, una notte vinta dalla luce del giorno, come un’alba che lentamente dischiude il volto della vita nuova. Attraverso i segni liturgici si manifesta che la vita della grazia sgorga dalla morte di Cristo. Per questo la Veglia, intrinsecamente pasquale, è per sua natura notturna e rappresenta il passaggio dalla morte alla vita, dalle tenebre alla luce. Il Triduo pasquale si rivela così come un unico respiro di salvezza, un cammino che attraversa la notte per aprirsi alla luce. Dalla mensa del Giovedì, dove l’amore si fa dono, al silenzio grave del Venerdì, dove la croce diventa albero di vita, fino all’attesa sospesa del Sabato, tutto converge verso la notte luminosa della Pasqua. È un passaggio che porta impresso il segno dei giardini della Scrittura: dall’Eden perduto, dove l’uomo si nascose alla voce di Dio, al Getsemani, dove il Figlio si consegna nella fedeltà, fino al giardino della tomba, dove la morte è vinta e la vita rifiorisce. Là, nel silenzio dell’alba, il Risorto inaugura una creazione nuova, e il giardino torna a essere luogo di incontro, di riconoscimento, di comunione ritrovata. Così la Chiesa, celebrando questi giorni santi, non solo ricorda, ma entra in questo movimento di vita: attraversa con Cristo l’oscurità, per essere condotta nella luce; attraversa la morte, per essere resa partecipe della vita nuova. E ogni credente, come un viandante nella notte, è chiamato a lasciarsi guidare da questa Pasqua, fino a ritrovare, nel giardino della risurrezione, il volto del Signore che chiama per nome.

don Daniele La Porta
condirettore Ufficio liturgico diocesano

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