Si respira un’aria sospesa a Betlemme. Dopo due anni di buio, quest’anno si è riacceso l’albero di Natale che illumina piazza della Natività davanti la grande Basilica che protegge la piccola Grotta di Betlemme. Gli scout hanno ripreso a suonare per le strade di Betlemme e qualche timido addobbo di luci natalizie crea un’atmosfera di attesa. C’è voglia di una vita normale, fatta di problemi normali, senza più immagini di morte e violenza. E se pure quella dei palestinesi, prima di questo conflitto, era già una resilienza difficile tra check point e quotidiana violazione dei diritti umani tra divieti e permessi, il desiderio di ritorno a quella normalità ci dà una misura di quanto difficile sia stato, ma purtroppo ancora è, questo tempo di guerra a Gaza e in alcuni parte dei Territori Palestinesi. Nei racconti dei nostri amici c’è pena e dolore, ma soprattutto c’è paura. «La mancanza di chiarezza sulle prospettive future, che sono ancora tutte da definire, inoltre, contribuisce al senso di disorientamento e fa crescere il sentimento di sfiducia. Ma è proprio qui che, come Chiesa, siamo chiamati a dire una parola di speranza, ad avere il coraggio di una narrativa che apra orizzonti, che costruisca anziché distruggere, sia nel linguaggio che usiamo che nelle azioni e gesti che porremo».
Le parole del Cardinale Pizzaballa in questi due anni sono diventate un punto di riferimento per tanti, cristiani e non, nel cercare di comprendere un conflitto sempre più difficile da capire. Oltre alle divisioni la guerra è stata causa di povertà ed emigrazione. Per le comunità cristiane che vivono nelle città legate ai Luoghi Santi il lavoro è legato ai pellegrini e ai viaggi religiosi e due anni di conflitto sono stati devastanti per molte famiglie rimaste sul lastrico, soprattutto a Betlemme. Altri siamo stati costretti a lasciare il Paese spinti dalla preoccupazione di far crescere I nostri figli in un luogo più sicuro. Alcune stime delle parrocchie nell’area di Betlemme dicono che oltre 180 famiglie cristiane hanno lasciato la Palestina in questi due anni, e tra questi la mia famiglia. Fra Francesco Ielpo, nel suo primo ingresso solenne a Betlemme da nuovo Custode di Terra Santa, ha rivolto un messaggio di affetto verso la comunità parrocchiale che lo accoglieva indicando anche il modo in cui stare nel tempo che viviamo: «oggi entriamo nel tempo dell’Avvento, il tempo dell’attesa.
Tutti noi, in fondo, attendiamo qualcosa: attendiamo che la guerra finisca, che la vita torni a essere dignitosa, che l’economia si risollevi, che la pace ritorni nelle nostre case e nei cuori. Questa terra, Betlemme, conosce profondamente l’attesa: come ai aspettava un Salvatore capace di aprire strade nuove. Per questo Gesù nel Vangelo ci dice: «Vigilate, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà». La vigilanza non è stringere i denti o contare sulle nostre forze, ma è rimanere svegli e confidare in Dio, per affidarci a Lui. Non è un’azione da compiere, è un modo di guardare la vita. Dopo oltre due anni torniamo a vivere il Natale a Betlemme come famiglia, con grande emozione. E auguriamo a tutti di tornare presto pellegrini in Terra Santa. Buon Natale.
Vincenzo Bellomo