Leone XIV ha dimostrato nel suo primo anno di pontificato di voler esercitare in termini di accompagnamento e di servizio il suo ruolo di primate d’Italia. Eletto al Soglio di Pietro ha scelto come documenti fondamentali della sua missione la Evangelii nuntiandi di Paolo VI e la Evangelii gaudium di Francesco. All’Episcopato italiano Robert Francis Prevost ha indicato l’urgenza di operare confrontandosi con altre prospettive di vita e con sfide antropologiche inedite così da riportare al centro il Vangelo. «La fede viene trasmessa e cresce dove ci sono comunità vive e ospitali, capaci di pregare e di ascoltare», ha ricordato Papa Leone ai vescovi italiani nella prima udienza. Un appello affinché la fede diventi impegno effettivo nella società, nella politica, nella cultura. Da qui la necessità di ascoltare i segni dei tempi e «anche ciò che mette in discussione le abitudini pastorali». Dove l’ascolto è vero, la comunità non si chiude in sé stessa, ma diventa luogo di discernimento e di missione e, a tal fine, sa rinnovarsi. Sui contenuti il riferimento principale è il “Patto delle catacombe”, sottoscritto da molti padri conciliari latinoamericani che ritenevano indispensabile una maggiore enfasi sul tema della povertà. Questo desiderio spinge con tutte le sue forze ad andare incontro ai poveri, agli afflitti, ai bisognosi, esercitando la misericordia, criterio di verità della fedeltà al Vangelo nella comunità primitiva e nella Chiesa di oggi. Del Concilio Leone XIV riafferma il carattere di evento della storia della salvezza, come già detto da Giovanni Paolo II in vista del Giubileo del 2000: «Il Concilio Vaticano II costituisce un evento provvidenziale. Si tratta infatti di un Concilio simile ai precedenti, eppure tanto diverso; un Concilio concentrato sul mistero di Cristo e della sua Chiesa e insieme aperto al mondo.

Questa apertura è stata la risposta evangelica all’evoluzione recente del mondo» (Tertio millennio adveniente, 18). Del Concilio il Sinodo è uno dei frutti più significativi e Leone XIV riannoda proprio i fili del Cammino sinodale che l’Episcopato italiano ha portato a compimento e che ora deve diventare stile permanente. La partecipazione, avverte il Papa, non è concessione, ma esigenza della comunione e della missione e, perciò, «deve diventare metodo, responsabilità, verifica, nel coinvolgimento dei diversi carismi e ministeri e nel rispetto del compito proprio del vescovo». Il Documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia richiama il valore degli organismi di partecipazione, nei quali «il discernimento delle comunità può prendere corpo»; «non basta però che questi strumenti esistano, occorre verificare che funzionino davvero». Leone XIV chiede alla Chiesa italiana il «coraggio dell’essenziale», la presenza di comunità «meno preoccupate di conservare tutto e più libere di annunciare Cristo» e la capacità di non misurare la fecondità della Chiesa con i criteri del numero, della visibilità o dell’influenza, ma di «riconoscere la voce del Signore che ancora chiama, consola e invia».
Giacomo Galeazzi
vaticanista de La Stampa