[IL PRESEPE] Nel cuore del figlio l’amore di mamma: la Natività vista da Stefania Mannone

Dicembre 25, 2017
Claudio, il Vescovo e Stefania Mannone.

Finalmente il momento è arrivato. L’impazienza di Claudio, mio figlio, può placarsi, lui che già da mesi canticchia le canzoncine del Natale. Adesso il presepe è quasi pronto, mancano solo le luci che fra poco brilleranno come già ora brillano i suoi occhi, così pieni di entusiasmo e di tenerezza mentre si fissano sul bambinello e su Maria. Lui mi guarda e dice: «Mamma, che sono belle le mani della madonna». Sono anni che sistemiamo sempre lo stesso presepe. Quante volte ho toccato e guardato quella statuina; ma quelle mani era come se le vedessi per la prima volta e mi stavano ricordando qualcosa. Una mano semiaperta è rivolta verso il suo petto e l’altra in maniera più estesa si protrae verso l’esterno, verso il figlio.

Quelle mani mi stavano mostrando non solo il senso più intimo e profondo del Natale, ma anche quello del mio stesso essere. Rifletto e penso che in fondo il presepe non fa che ricordare a tutti noi l’inizio concreto di una storia d’amore, l’amore di Dio per l’uomo, un amore singolare e umile che sceglie una grotta per manifestarsi. E fu proprio nel buio, al freddo, in una grotta, che Dio entrò nel mio cuore.  Mi ci portò Claudio quell’anno che volle andare a Lourdes. Il Signore si manifestava nel suo cuore fin da piccolo, ma la mia fede era debole; mi impediva di vedere il suo operare silenzioso e umile che, nonostante i suoi tanti inviti, rimaneva da me inascoltato. Ma Claudio stavolta insisteva fino al pianto e alla fine lo accontentai.

Lui era instancabile, superava i limiti che il suo corpo, toccato dalla disabilità, umanamente poteva sopportare. Io ero stanca e una sera, una volta addormentato, lo lasciai con il papà in albergo; avevo bisogno di uno spazio di riposo e di solitudine. Mi recai alla grotta, ma mentre andavo cominciò a piovere sempre più forte. Attorno a me solo freddo e silenzio. Finii lì poco distante, seduta a terra, sola e mi chiedevo cosa facessi senza quel figlio che, una volta nato, era divenuto il senso e il fine della mia vita. Non sapevo pregare e rimasi in silenzio. In me c’era solo paura; il futuro mi spaventava, pensavo che il mio amore non sarebbe stato sufficiente per sostenere e proteggere il mio bambino, in un mondo dove il diverso non sembra trovare accoglienza e comprensione.

Claudio, il Vescovo e Stefania Mannone.

In quel momento però un calore strano nel petto e un senso di benessere profondo e di pace cominciarono a inondarmi il cuore di una presenza così chiara, cosi intima a me da superare me stessa che ancor oggi non mi lascia mai. Il Signore aveva bussato al mio cuore e io ho lasciato che entrasse. Eppure fu proprio quella condizione a meritare il chinarsi di Dio sulle sue creature. E quando irrompe Lui nella nostra vita, quando gli diamo la possibilità di nascere ancora, tutto cambia. Anche il mio essere madre da allora è cambiato. È cresciuta in me la consapevolezza del dono e con esso la responsabilità di portarlo nel mondo.

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In questo mondo io e Claudio camminiamo sempre insieme; la presenza tenera e premurosa del Signore rende più sicuri i nostri passi, anche se non è un cammino semplice. Davanti a fievoli aperture si contrappone una civiltà dove l’uomo diviene sempre più individualista e valori come accoglienza, fraternità, rispetto reciproco, dignità, fanno fatica a essere proclamati e difesi. Il Signore non ci ha dato solo la consolazione e la forza della sua presenza, ci ha dato una casa meravigliosa dove poter realizzare pienamente le nostre vite.

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Nella Chiesa, nell’affetto sincero del nostro Vescovo e di molti sacerdoti, nella comunità abbiamo trovato un luogo dove sperimentare ogni giorno quel calore e quella pace che poco più di un decennio fa potei sentire nella solitudine di una grotta. Claudio realizza in pienezza le sue aspirazioni più profonde servendo all’altare e raccontando la vita dei santi ai bimbi del catechismo che ci sono stati affidati e ai quali insegniamo non solo dottrina ma soprattutto le ricchezze della diversità e la condivisione delle reciproche risorse. Io nel vederlo felice e sereno dimentico ogni paura e partecipo di una beatitudine che prima non avrei mai pensavo di conoscere. Ma ecco, Claudio reclama, vuole accendere le luci nel presepe.  Le accendiamo, sono gialle e intermittenti, luci e ombre si alternano, le immagini si confondono e per un pò si confonde anche il mio cuore, mentre guardo gli occhi di Maria. Claudio è radioso: il suo piccolo presepe vale più di mille doni, come ogni singola celebrazione a cui partecipiamo. Insieme guardiamo il presepe, lo abbraccio, lo bacio e gli sussurro piano: «È vero, Claudio mio, hai ragione, sono proprio belle le mani della Madonna».

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